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Il tracollo dell’esercito afgano

di Matteo Mazziotti Di Celso 

 

Una campagna basata sulla persuasione più che sull’uso della forza ha portato al collasso lo strumento bellico afghano su cui gli Stati Uniti avevano investito decine di miliardi negli scorsi vent’anni.

 

Le forze armate di Kabul hanno iniziato a sfaldarsi più di un anno fa, a partire dalla firma degli accordi di DOHA. Da allora i Talebani hanno saputo sfruttare al meglio le deficenze delle forze di sicurezza afgane.

 

Il blitz talebano

 

L’offensiva talebana delle ultime settimane (agosto 2021) culminata a metà agosto con il blitz su Kabul e la conquista della città, peraltro quasi senza colpo ferire, è stata un’operazione militare travolgente.

 

Come una cascata in pochi mesi i miliziani islamisti hanno preso il controllo di quasi tutto il territorio afgano spesso incontrando scarsa o nulla resistenza.

 

L’avanzata, iniziata in primavera, tradizionalmente stagione dei grandi combattimenti, è stata rapidissima.

 

Secondo i dati forniti dall’Home World Journal mentre il 13 aprile Kabul aveva perso il controllo di 77 dei circa 400 distretti in cui è diviso il paese, il 16 giugno essi erano già divenuti 104 e il 3 agosto erano addirittura 233 i distretti in mano talebana.

 

Dal 6 agosto, giorno in cui è caduta Zherani, prima capitale provinciale a finire in mano talebana, la resistenza afgana ha cominciato a sfaldarsi del tutto.

 

Solamente 9 giorni dopo, 15 agosto, il premier afgano ASFHARGAN stava già lasciando in tutta fretta Kabul mentre i Talebani facevano in gresso nella capitale, dando vita a quella disordinata fuga di massa che i media di tutto il mondo hanno ripetutamente proiettato sui nostri schermi.

 

La velocità con cui l’Afghanistan è caduto in mano talebana la lasciato stupiti analisti ed osservatori militari.

 

Una avanzata del genere non era stata prevista, a quanto sembra, nemmeno dall’intelligence americana, che in un Report reso pubblico da un giornale a fine giugno preconizzava una resistenza molto più tenace da parte delle forze di sicurezza afgane, ritenute dai vertici militari americani, in grado di ritardare la caduta del Paese almeno fino al dicembre di quest’anno.

 

Sulla base di quanto riferitogli dai suoi consiglieri militari, il Presidente BIDEN, almeno a parole, riponeva maggiore fiducia nella capacità delle forze armate afgane.

 

Non più di un mese fa, rispondendo alle domande di alcuni giornalisti, il Presidente aveva chiarito come, secondo lui, la conquista dell’Afghanistan, da parte dei Talebani, non fosse affatto inevitabile, essendo il Paese difeso da 300 mila militari afgani ben equipaggiati, oltre che da una aeronautica contro circa 75.000 Talebani.

 

Una fiducia mal riposta, a giudicare dal comportamento delle forze afgane nelle scorse settimane. Comportamento contro il quale il Presidente, in occasione del suo discorso tenutosi all’indomani della caduta della capitale afgana, si è scagliato con parole dure, accusando l’apparato militare di Kabul di essere collassato, spesso senza nemmeno provare a combattere nonostante avesse ricevuto dagli Stati Uniti ogni tipo di supporto, tranne l’unica cosa che gli Stati Uniti non potevano fornire, ovvero la volontà di combattere.

 

In effetti sebbene in alcune aree del Paese i militari di Kabul si siano battuti con tenacia, soprattutto quando si trattava di reparti di forze speciali, negli ultimi mesi l’offensiva talebana ha trovato poca o nulla resistenza.

 

Un crollo, quello delle forze afgane che assomiglia a quello avvenuto nel 2014 in IRAQ quando la 2^ Divisione Irachena, forte di circa 30.000 effettivi, e addestrata ed equipaggiata dagli Stati Uniti, non riuscì a difendere MOSUL, assediata da non più di 1500 miliziani dell’ISIS, dileguandosi rapidamente e causando la caduta della città in soli 4 giorni.

 

Le ragioni di una disfatta

 

Parte delle ragioni per cui le forze armate afgane non sono riuscite a resistere all’avanzata dei miliziani islamisti ha infatti a che vedere con l’inefficacia della preparazione ricevuta dai militari americani e alleati.

 

Nonostante la grande cifra stanziata da Washington nel corso degli ormai vent’anni di guerra, si parla di una somma di denaro pari a circa 83 miliardi di dollari, l’esercito di Kabul, lasciato solo, non ha saputo reggere l’urto talebano.

 

Quello afgano in effetti era un esercito modellato sulla base di quello a stelle e strisce, come ben spiegato da un ufficiale che è stato comandante della NATO in Afghanistan dal 2011 al 2013.

 

“Quando si tratta di addestrare delle forze armate c’è sempre la tendenza a utilizzare il modello che si conosce, ovvero il proprio modello. Quando si costruisce un esercito in questo modo, un esercito tentato per funzionare come partner di una forza militare sofisticata come quella statunitense, non si possono ritirare così repentinamente gli americani, perché l’esercito partner perde l’assistenza quotidiana di cui ha bisogno. L’esercito afgano, appunto, è stato dotato di armi ed equipaggiamenti avanzati oltre che di una aeronautica che,anche se non dotata di apparecchi di ultima generazione, era comunque in grado di offrire un notevole contributo alle forze di terra afgane. Eppure quest’ultima per potere essere mantenuta efficiente necessitava di pezzi di ricambio e costanti interventi di manutenzione, oltre che di carburante. Qualcosa che solamente gli americani, in particolare i contractors, potevano garantire”.

 

 

“Siamo stati molto bravi nell’addestrare i plotoni e le compagnie, a condurre raids e a gestire check points” – spiega Mac Jason, ex colonnello dell’US ARMY sulle colonne dell’”Atlantic”, ma dietro questa unità c’era poco che funzionasse.

 

In buona sostanza, come affermano analisti militari di primo livello, poco si è dedicato alla logistica delle forze, alla pianificazione, al comando del controllo, e troppo alle procedure tecnico-tattiche della fanteria.

 

"Mentre alcune le abbiamo fatte male e in maniera insufficiente altre non ne abbiamo proprio fatte – continua il col. Jason – tra queste l’addestramento della polizia afgana”.

 

In assenza di una vera e propria forza di polizia nazionale per anni gli Stati Uniti hanno infatti condotto l’addestramento della polizia di Kabul con i propri fanti e i propri marines, unità che non disponevano delle competenze necessarie per preparare in maniera adeguata uomini che avrebbero operato con compiti diversi rispetto a quelli assegnati alle truppe di terra convenzionali.

 

Le unità militari afgane che hanno mostrato di essere più tenaci in combattimento sono state quelle provenienti dai reparti di forze speciali.

 

Un esperto americano fa notare come l’efficacia dei reparti speciali come l’unità 333 e 444 creati e addestrati dai britannici fin dal 2001 è stata grande soprattutto perché il tipo di combattimento che viene condotto dalle forze speciali è quello che si addice meglio alla natura dei militari afgani.

 

I quali propendono molto più per un combattimento di tipo regolare piuttosto che per uno di tipo convenzionale.

 

 

Come spiegato da ANTONIO GIUSTOZZI, grande esperto di Afghanistan, la vera forza di questo paese risiede nella sua popolazione e non nelle sue forze regolari.

 

Gli americani avrebbero fatto meglio a creare una forza molto più piccola, ma più sostenibile e a investire molto di più nelle capacità delle forze di polizia afgane.

 

Questo avrebbe permesso, tra le varie cose, di combattere in modo più efficace la corruzione endemica delle forze armate, che insieme alla diversità inter-etnica caratteristica dell’apparato militare di Kabul, ha rappresentato un’altra grande difficoltà per lo strumento bellico afgano.

 

La strategia talebana

 

La strategia adottata dai Talebani ha saputo sfruttare al meglio tutte le debolezze delle forze di sicurezza afgane riuscendo in breve tempo a mettere in ginocchio le difese di Kabul.

 

La campagna talebana è stata più di ogni altra cosa una campagna di persuasione. Già a partire dall’inizio dello scorso anno infatti, in particolare da quando DONALD TRUMP aveva annunciato al mondo la firma degli accordi di DOHA, tra Stati Uniti e Talebani, questi ultimi hanno iniziato a diffondere presso i leader delle tribù afgane messaggi che incitavano alla resa in cambio di denaro.

 

I Talebani in cambio della maggiore libertà di manovra cui potevano beneficiare dopo la riduzione dei bombardamenti americani, in seguito agli accordi di DOHA, hanno iniziato a muoversi tra gli avamposti afgani più isolati, persuadendo e convincendo le forze di sicurezza afgane, garantendo protezione e denaro a coloro che avessero lasciato le armi.

 

In questo senso l’annuncio degli accordi di DOHA ha funto da vera e propria chiave di volta per la strategia talebana.

 

Da quel momento in poi, in sostanza, ogni soldato di Kabul ha cominciato a ragionare più sul come organizzare la salvezza della propria famiglia piuttosto che combattere per un governo corrotto e incapace perfino di fornire viveri, munizioni ed armi alle sue forze armate.

 

Con quel sostegno americano peraltro, l’unico in grado di far funzionare l’apparato bellico afgano, che sarebbe presto venuto a mancare.

 

Nessuna regione è caduta a causa della guerra in senso stretto, ma tutte sono cadute a causa della guerra psicologica – spiega il comandante del 217° Corpo d’Armata afgano.

 

I Talebani hanno beneficiato moltissimo del modo con cui le forze di Kabul erano disposte sul territorio. Infatti, proprio perché modellato sulla base dell’esercito americano, al momento dell’inizio dell’offensiva talebana l’esercito di Kabul era disperso su tutto il paese, esattamente com’era schierato quando l’appoggio degli americani, che consisteva tra le varie cose anche nel rifornimento delle basi afgane sparse nel territorio, era ancora garantito.

 

L’esercito afgano era distribuito in più di 200 basi su tutto il territorio, molte delle quali rifornibili solo tramite vettore aereo, piuttosto che essere concentrate nei centri urbani.

 

La ragione di questa scelta, spiega il ministro degli esteri afgano, andrebbe attribuita alla mancanza di tempo intercorsa tra l’annuncio del ritiro delle truppe da parte di BIDEN e l’inizio dell’offensiva di primavera.

 

Venuto a mancare il supporto americano il governo afgano ha cominciato a trovare grandissime difficoltà nel rifornire le sue truppe sul terreno, specialmente quelle più isolate.

 

Le truppe di Kabul quindi hanno cominciato a trovarsi sempre più spesspa corto di munizioni e di viveri, motivo per il quale la campagna di persuasione dei Talebani, col trascorrere del tempo, ha preso sempre più vigore.

 

L’efficacia della campagna psicologica talebana prese ancor maggior vigore quando i miliziani hanno cominciato ad assumere il controllo delle principali arterie stradali.

 

In questo modo impedendo ulteriormente il rifornimento di avamposti e basi del governo e garantendo ai Talebani la gestione della tassazione e il controllo dei valichi di frontiera.

 

Mentre la campagna di convincimento condotta dai Talebani procedeva con sempre maggior successo BIDEN annunciava ad aprile il ritiro incondizionato delle truppe americane entro la fine dell’estate. Da quel momento la capitolazione delle forze afgane è divenuto un processo inarrestabile.

 

I militari di Kabul come ben spiegherà il generale Joseph Bolton, ex comandante del CENCOM, “si sono sentite abbandonate dagli Stati Uniti e comandati da capi incompetenti. Le truppe guardavano cosa c’era di fronte a loro e cosa c’era dietro e decidevano che era molto più facile lasciare la armi e andarsene”.

 

In buona sostanza il Presidente BIDEN, confidando sulla grande superiorità numerica e tecnologica delle forze armate afgane ha sottovalutato l’impatto psicologico dell’annuncio e del ritiro come sostenuto dal generale Petraeus.

 

Sembra quasi che il Presidente americano abbia dimenticato una delle regole fondamentali del campo di battaglia, e cioè che in guerra la forza morale rispetto a quella fisica vale per 3/4, come soleva dire Napoleone.

 

E in effetti – come spiega RICHARD FONTAINE del Centre for American Security – “coloro che hanno puntato tutto sulla superiorità militare delle forze afgane, sia in termini di numeri che di addestramento e di equipaggiamento, dimenticano il punto più importante, e cioè che tutto dipende dalla volontà di combattere per il proprio governo. E questa volontà, in fin dei conti, dipendeva dalla presenza e dal supporto americano”.

 

Nel corso dei vent’anni di guerra che hano stravolto il paese, fino a quando gli americani hanno garantito il loro supporto militare, l’esercito afgano si è sempre battuto.

 

Lo testimoniano i circa 60.000 morti tra le forze di sicurezza di Kabul.

 

Con la firma degli accordi di DOHA e il successivo annuncio del ritiro delle truppe da parte del Presidente BIDEN tuttavia, il morale delle truppe afgane è decisamente crollato.

 

Quella talebana è stata una efficace campagna di natura psicologica. Che ha saputo sfruttare tutte le debolezze delle forze di Kabul, capitalizzando il risentimento dei militari afgani nei confronti del governo centrale, accusato di corruzione e di incompetenza.

 

Le differenze etniche e tribali tra i militari, la mancanza di fiducia nelle forze americane, la cui partenza era imminente, e spesso l’incapacità di combattere vista la scarsità di viveri e munizioni.

(da geopolitica.info – Spreaker.com)