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PROCURA DELLA REPUBBLICA DI BRESCIA

I servizi segreti della Rsi ed il clandestinismo fascista post bellico

 

RELAZIONE DI CONSULENZA 12

procedimento penale n. 91/97 mod. 21

Incarico del 15 settembre 1998

(Caserma Campari Polizia di Stato)

 

il consulente tecnico dott. Aldo Sabino Giannuli 

 

 

Scrive Petacco, nella sua biografia di Pavolini (p. 186):

 

“D'accordo con il ministro Mezzasoma... Pavolini si preoccupa molto anche per il dopo. Ordina la distribuzione di fondi segreti a favore "di quei camerati - fedeli fra i fedeli - che intendano restare sul posto e continuare la lotta dopo l'invasione (bande ribelli fasciste, nuclei di sabotatori, incaricati politici...) ". Ma si preoccupa soprattutto di lasciare alcune "talpe" negli organismi più delicati e di distribuire qua e là per il paese alcune "mine ideologiche", o "uova del drago", come le chiamano i tedeschi, affinché un giorno il fascismo possa tornare a germogliare. A questo proposito, in un memorandum riservato diretto a Mussolini, Pavolini suggerisce, fra l'altro, "che sarebbe opportuno inviare alla spicciolata una trentina di camerati giovani, capaci ed intelligenti in Svizzera per crearvi una centrale fascista."

Aggiunge che sarebbe anche necessario costituire nella repubblica elvetica "un considerevole fondo in valuta estera per affrontare ogni occasione presente e futura". Chissà se questi suggerimenti saranno stati ascoltati da Mussolini.»

 

 

 

Infatti, la penuria di documenti sul tema ha prodotto, fra gli storici, un certo scetticismo sul tema - peraltro, sin qui gli storici italiani hanno mostrato una evidente allergia verso tutti i temi riguardanti i servizi di sicurezza: a tutt'oggi non esiste una sola storia di essi scritta da uno storico professionale, se si eccettuano alcune incursioni di Ilari che dedica all'argomento alcuni corposi capitoli della sua storia militare della prima repubblica -.

 

 

Tuttavia, inizia ad esserci qualche traccia documentaria sulla vicenda dei servizi di Salò. Alcuni anni fa, la rivista Storia Illustrata reperì nell'Archivio di Stato un documento molto interessante del 1945 (fondo Polizia Militare di Sicurezza, busta n.2), il rapporto informativo del tenente Aldo Gamba (uno dei fondatori del reseau Rex, l'efficiente servizio di informazione della Resistenza, direttamente collegato al governo di Brindisi).

 

 

In esso leggiamo di una riunione segreta svoltasi, presso la sede della "Muti" a Milano, sotto la direzione del maresciallo Graziani e con la presenza dei comandanti delle legioni, della Gnr, ecc. In quella sede si sarebbe discusso il che fare dopo la sconfitta:

 

 

“... organizzare delle bande armate che funzionino segretamente e che aggiungano altre distruzioni a quelle che prima di andarsene effettueranno i tedeschi, che esercitino in tutto il paese il brigantaggio, che si mescolino alle manifestazioni popolari per suscitare torbidi.. Ma soprattutto mimetizzati, penetrare nei partiti antifascisti e introdurvi fascisti a valanga, propugnare le tesi più paradossalmente radicali ed il più insano rivoluzionarismo, sabotare e screditare l'opera del governo e soffiare a più non posso in tutto il malcontento inevitabile. Così, seminando sciagure su sciagure, suscitare il rimpianto del fascismo e, al momento opportuno facendo balenare qualche roseo allettante miraggio, essi, gli ex fascisti mascherati, armati e segretamente organizzati, riacciuffare il potere."

 

 

La lettura dei documenti rintracciati presso la Caserma Campari, pur con molte lacune, permette di fare qualche ulteriore passo avanti (avvertiamo, però, che la parte più rilevante della documentazione in proposito è contenuta nel fasc. HP-28 oggetto di una prossima relazione di questo ctu a codesta Ag, essendo oggetto di specifico quesito).

 

 

Un primo gruppo di documenti (AIl.190,191, 193, 194, 195, 196, 199, 200, 201, 209) riferisce di una complessa vicenda di contrabbando dalla Svizzera finalizzata al finanziamento di organizzazioni fasciste. Stando alla relazione di tal Ettore Minucci, che (“d'accordo con il vice Presidente del Consiglio, compagno Pietro Nenni" e con “Ia collaborazione del compagno Fernando Santi della Camera del Lavoro di Milano - All. 199 - : l'uso del termine "compagno" ci fa pensare che il Minucci fosse un ex partigiano - probabilmente socialista - passato alla Polizia Ausiliaria) si era recato in Svizzera per indagare sul traffico, la vicenda avrebbe riguardato una ingente quantità di seta greggia che nazisti e repubblichini, attraverso una triangolazione, fra alcuni paesi occupati (come Austria e Romania) e la Svizzera, avevano venduto sul Mercato libero ricavandone ingente guadagno.

 

 

L'operazione sarebbe stata condotta per il tramite di alcuni industriali italiani, apparentemente rifugiati in Svizzera come perseguitati politici - ma in realtà emissari del ministro Pellegrini della Rsi - tali Amedeo Tedeschi e Marinotti della Snia Viscosa.

 

 

La merce sarebbe stata prelevata da aziende italiane quali la Snia Viscosal’Ital-Crep e la ItaI Viscosa e sarebbe ammontata a circa 700 tonnellate di seta greggia.

 

 

Dal movimento sarebbe residuato un conto per circa 3 milioni di franchi svizzeri, depositato a nome di Tedeschi presso la Banca Solari di Lugano, che, secondo il Telespresso n 16 del Mae, inviato l' 11 aprile 1946 alla R. Delegazione di Berna (All. 196) “... rappresenterebbe il patrimonio di un movimento clandestino neo fascista e, per le operazioni di prelevamento, al fine di alimentare le cellule fasciste in Italia, il Tedeschi si servirebbe di deleghe”.

 

 

Inoltre, il Tedeschi avrebbe avuto disponibilità di riserve in moneta aurea e il Marinotti diversi conti in banche svizzere per circa 50 milioni di franchi svizzeri del tempo - cioè diverse decine di miliardi a valori attuali - che avrebbero costituito il suo patrimonio personale, dal quale, comunque, una parte sarebbe stata utilizzata per finanziare lo stesso movimento neo fascista.

 

 

Inoltre, secondo la lettera del Capo della Polizia (con allegata nota confidenziale) del 16 aprile 1945 (All. 209) sempre in Svizzera, e per la precisione a Lugano, avrebbe operato un altro gruppetto di agenti dei tedeschi e della Rsi, tali Galante (ex podestà di Luino), Battaglia (amministratore del calzaturificio Elias di Luino) e i fratelli Ambrosetti (proprietari del calzaturificio Elias) ed anche questi sarebbero stati dediti, essenzialmente, a traffici valutari in favore della Rsi.

 

 

Già da questi elementi, sembra venire una conferma, per quanto indiretta, frammentaria e di tipo indiziario, della costituzione di gruppi in Svizzera, finalizzati alla sopravvivenza del fascismo repubblicano anche al di là della sconfitta. E', però, difficile dire se tali gruppi possano essere identificati con la centrale di cui all'appunto di Pavolini al duce citato da Petacco. Dato il cospicuo volume di affari del traffico di seta e il probabile coinvolgimento in esso del ministro Pellegrini, l'ipotesi che esso fosse una delle attività di detta centrale è certamente suggestiva, e forte è la tentazione di risolvere questo problema con l'identificazione del gruppo Tedeschi-Marinotti come un pezzo (o almeno un gruppo di fiancheggiamento) dell’ "uovo del drago" depositato nella Svizzera italiana.

 

 

Ma questa spiegazione, per quanto probabile, non è suffragata da prove certe e, per il momento, ci sembra opportuno assumere questa come una ipotesi intorno alla quale dover ancora lavorare.

 

 

D'altra parte, il problema dell'identificazione di una eventuale cellula dei servizi deIla Rsi, è complicato da una circostanza: il clandestinismo fascista nel nord non fu solo il prodotto di quello che era residuato dei servizi della Rsi, ma si manifestò anche spontaneamente, come permanere di elementi di solidarietà cameratesca fra appartenenti ai vari corpi deIla Rsi e, dunque, al di fuori di una decisione centralizzata.

 

 

Ci sembra questo il caso del Mo-mi-so-re del quale ci dice la nota da Milano del 13 settembre 1946:

 

 

“ Le origini del Movimento … risalgono al Btg. Forlì formatosi durante la repubblica sociale fascista, ed inviato sul fronte emiliano dove rimase in linea sino allo sfondamento operato dagli alleati sul fronte di Bologna. In previsione di una rottura del fronte si costituì tra i componenti del Btg ForIì, un movimento segreto che fu chiamato "Momital" con la finalità di continuare l'attività fascista in caso di sconfitta. Dopo l'insurrezione di aprile gli uomini del btg Forlì si ritrovarono a poco a poco e fondarono il Momisore.

 

I promotori del Movimento sarebbero certi Amodeo.. e certo Simonini Mario abitante anche esso in Torino...Il comando generale del movimento si trova a Firenze. Il capo si firma Pag e sembra che sia un militare. Sino a poche settimane fa, il comando generale ha fatto tenere fondi ed istruzioni ai centri dipendenti.

 

Da allora, però, questi ultimi sono stati abbandonati e debbono procurarsi i mezzi di sostentamento. Certo Paolo di Torino tiene i contatti fra I'Amodeo ed il comando generale di Firenze.

 

I centri del Movimento sono a Milano, Torino e Varese. Un nostro elemento è entrato in contatto con ìl centro di Torino che è diretto dall'Amodeo. Questi si occupa del reclutamento degli uomini ... e della raccolta dei fondi e di viveri, sia per le famiglie degli aderenti al movimento, che per le famiglie dei fascisti fucilati …

 

Sembra che il gruppo che fa capo all'Amodeo abbia così raccolto e distribuito parecchi milioni.... Il nostro elemento è riuscito a prendere contatto con l'Amodeo. Questi gli ha confidato che gli aderenti al movimento a Torino sono circa duemila, ben armati con armi tedesche. La sigla di riconoscimento che essi usano è V2.…Il movimento ha inviato circa 600 uomini a Gorizia e Pordenone. Questi sono inquadrati in formazioni che esplicano atti di guerriglia, sia in territorio italiano che in quello occupato dagli jugoslavi, contro le forze di Tito.

 

Detti uomini sono ben armati, ben nutriti e ben pagati. Per il caso che abbiano a decedere nelle operazioni di guerriglia è assicurata una pensione alla famiglia. Alcuni dei componenti del movimento sono stati fermati in quest'ultimo periodo dalle autorità italiane, ma sono stati in seguito rilasciati.

 

... L'Amodeo si ritiene sicuro dell'appoggio delle autorità alleate e va dicendo che i dirigenti del movimento hanno avuto un colloquio con l'ammiraglio Stone....In questi giorni l'Amodeo ha lasciato la direzione del Centro di Torino, in quanto è in procinto di partire per recarsi presso le formazioni armate del Momisore a Gorizia e Pordenone”.

 

 

 

Come si vede, il Momisore nacque per una decisione autonoma dei componenti il btg Forlì che si ritrovarono dopo qualche tempo e gradualmente, perché, probabilmente, non disponevano di un centro di coordinamento esterno in grado di riorganizzarli.

 

 

Vero è che anche il Momisore mostrava - da quel che dice l'informatore - una larghissima disponibilità di mezzi: mantenere gli aderenti (o almeno una parte di essi) e le relative famiglie, assistere le famiglie dei caduti, mantenere 600 uomini, armati, pagarli e assicurare la pensione alle famiglie dei eventuali caduti, significa disporre - in valori attuali - di qualche miliardo al mese, sono cose che comportano una notevolissima quantità di denaro. Ma non sembrerebbe che questi fondi siano venuti dall'eventuale centrale svizzera - per Io meno per i primi tempi -, sia perché la disponibilità del denaro appariva rilevante ma discontinua (così fa pensare la decisione di sospendere il finanziamento ai gruppi periferici), sia perché si parla di attività  di Amodeo per raccogliere fondi (il che suggerisce una qualche forma di colletta fra simpatizzanti del movimento, magari imprenditori).

 

 

La larga disponibilità di mezzi potrebbe spiegarsi, oltre che con la raccolta di Amodeo:

 

a) con la cassa della formazione di appartenenza che, al momento dell'avanzata alleata, sarà stata molto probabilmente “messa in salvo" da qualche aderente al movimento

 

b) con qualche eventuale razzia al momento della sconfitta (depositi bancari e postali, beni confiscati ecc.)

 

c) con l'incontro che i dirigenti del movimento avrebbero avuto con l’Ammiraglio Stone, lo stesso che abbiamo visto aderire all' Ail.

 

 

Non sfugga, in questo senso, il coinvolgimento del Momisore nelle vicende del confine orientale, infatti, a dirigere le sue formazioni a Gorizia e Pordenone era andato il torinese Amodeo, ed è al gruppo torinese dell'Apa che la nota del 26 agosto 1946 (All. 246) attribuiva l'intenzione di scatenare l'incidente di frontiera con gli jugoslavi: il documento che stiamo esaminando è deI 13 settembre di quell'anno e la partenza di Amodeo sembra sia avvenuta qualche giorno prima, dunque, a distanza di quasi due settimane dalla nota precedente: una prossimità di tempi assai sospetta.

 

 

Ripetiamo: la sovrapposizione fra elemento spontaneo ed elemento preordinato rende malagevole distinguere, di volta in volta, cosa sia l'uno e cosa l'altro. 

 

 

L'esempio più calzante di questa mescolanza di fenomeni è probabilmente dato dalle Sam, il gruppo più emblematico dell'area del clandestinismo fascista e, probabilmente, quello militarmente più consistente.

 

 

Il citato rapporto "sulle condizioni dell'ordine..." (All. 180) fa ascendere la nascita delle Sam ad una iniziativa degli ex federali di Milano, Costa, e di Bologna, Torri, fra gli internati del campo di Coltano, - ma, sul punto non ci dilungheremo, essendo esaurientemente trattato nella relazione del cap. Paolo Scriccia, del Ros. all'Ag milanese - e pone esse in relazione ai partiti fascisti clandestini sorti fra la fine del 1945 e la metà del 1946 (Partito fascista democratico, partito fusionista, movimento nazionalista ecc.).

 

 

In qualche modo, sarebbero le Sam ed i gruppi similari ad aver generato - per graduale aggregazione - tali partiti e non il contrario. E, per la verità, questa è l'impressione che si riceve leggendo le memorie di Leccisi a proposito dell'incontro con Augusto Turati (pp. 305-11) che del Pfd era, con 0lo Nunzi e Carlo Scorza, il leader: si avverte chiaramente un marcato senso di estraneità di Leccisi alle direttive di quello che doveva sembrargli un gruppo dirigente autonominatosi tale.

 

 

In altra relazione, vedremo che, invece la dialettica Sam-Pfd era più complessa e, insieme, stretta di quel che queste apparenze non farebbero sospettare. Qui ci limitiamo ad indicare qualche elemento di riflessione sulla composizione del suo triumvirato dirigente: il leader più rappresentativo, come abbiamo appena detto, era Augusto Turati, già ras del fascismo bresciano, personaggio dotato di notevole intelligenza politica, fu anche segretario nazionale del Pnf sino al 1932, quando le manovre del suo vice, Achille Starace, riuscirono a rovesciarlo; fu poi direttore della “Stampa" – in grazia della sua amicizia con la famiglia Agnelli - ma, anche lì durò poco: travolto da uno scandalo a sfondo sessuale, venne licenziato e, poco dopo, il sospetto (peraltro infondato) di una sua partecipazione ad una fronda antistaraciana ne determinò la definitiva disgrazia: venne espulso dal partito ed esiliato nell'isola di Rodi, dove restò sino aI 1937.

 

 

Alla vigilia della guerra era un modestissimo consulente legale, assolutamente estraneo agli ambienti di potere del regime e senza appoggi anche presso i vecchi amici - come la famiglia Agnelli - che, prudentemente, gli avevano girato le spalle. Dopo l'8 settembre, si rifiutò di aderire alla Rsi ed, anzi, nelle sue memorie sostenne di aver aiutato la Resistenza romana.

 

 

Fatte queste premesse, non è affatto chiaro come mai i reduci di Salò abbiano scelto a loro capo un vecchio gerarca in disgrazia, emarginato e dimenticato da tutti, assolutamente non facoltoso, che per di più, non aveva neppure aderito alla Rsi: pur supponendo che i suoi camerati ignorassero - con ogni probabilità - i suoi trascorsi filo-resistenziali, non si rinviene un solo motivo valido, per cui egli potesse essere ritenuto l'uomo giusto per guidare un partito che, nel richiamo al fascismo repubblicano di Salò, aveva la propria insegna e ragione d'esistere.

 

 

Nè si può pensare che sia stato Turati il fondatore del partito: privo di contatti e lontano dall'ambiente del partito, in particolare dopo l'esperienza della Rsi, non avrebbe avuto alcuna possibilità di riuscire in questa opera.

 

 

Si ha la sensazione che la scelta sia stata presa dagli altri due triumviri, Nunzi e Scorza, in ragione della maggiore presentabilità di Turati, gerarca intelligente e sfortunato, presso ambienti con i quali, evidentemente, si intendeva colloquiare. Il nome di Turati non diceva nulla - per lo meno nulla di positivo - ai reduci di Salò, ma, forse, poteva garantire presso altri. E, forse, la risposta sta in quei cennati trascorsi filo-resistenziali: sarebbe interessante sapere con quale, delle tante componenti della Resistenza romana, aveva avuto modo di collaborare l' ex segretario del Pnf.

 

 

Carlo Scorza, il secondo della triade, vecchio squadrista della prima ora, fu lo scialbissimo ultimo segretario del Pnf, dopo l'8 settembre divenne l'incolore vice segretario del Pfr. Infatti, Scorza era stato fra i fedelissimi del duce nella riunione del 25 luglio, nel corso della quale aveva presentato l' ordine del giorno contrapposto a quello di Grandi, ma, il giorno dopo, si era rivelato incapace di mobilitare il partito e la milizia e di difendere Mussolini dall'arresto, cosa per la quale, qualcuno, nella Rsi, pensava di mandarlo davanti ad una corte di giustizia.

 

 

Invece, la sua condotta inetta gli venne perdonata e il duce lo volle come vice segretario del Pfr, pur se con deleghe di secondissimo piano.

 

 

Per quanto mediocre, Scorza era stato pur sempre un segretario del partito e, comunque, poteva vantare meriti squadristi, fedeltà assoluta, anche se imbelle, al duce, presenza nei quadri dirigenti della Rsi: insomma, poteva assolvere alla necessità di dare ai reduci di Salò un nome-bandiera intorno al quale raccogliersi e, d'altra parte, dopo il 25 aprile, non era rimasto molto da scegliere fra gli ex gerarchi.

 

 

Dunque, Scorza era il simmetrico di Turati: il primo parlava alla base del partito, l'altro a qualcuno fuori del partito. Fatte queste considerazioni sui primi due, si comprende agevolmente che l'uomo forte" della combinazione era il terzo: Paolo Nunzi - detto Olo -.

 

 

Uomo scaltro e capace, Nunzi si era trovato a gestire, con Pavolini, le ultime fasi della Rsi, e, probabilmente, proprio quel piano di sopravvivenza del fascismo oltre la sconfitta: se si deve cercare il depositario degli elenchi dei nomi della rete clandestina.. del denaro depositato, dell'archivio di documenti, non c’é dubbio che Nunzi sia un ottimo candidato per questo ruolo. Sicuramente, molto più dell'inconsistente Scorza e incomparabilmente di più dell'eretico Turati.

 

 

E, dunque, Nunzi era anche il candidato naturale alla guida del neo fascismo clandestino, ma, per svolgere il ruolo di leader gli mancavano diversi quarti di nobiltà necessari al ruolo: più giovane degli altri, aveva assolto a funzioni delicate ma in ombra.. non aveva mai ricoperto incarichi politici di particolare prestigio ed il suo nome diceva poco più di nulla alla stragrande maggioranza dei reduci della Rsi e totalmente nulla fuori del fascismo repubblicano. Di qui l'esigenza di trovare autorevoli supporti nell'una e nell'altra direzione.

 

 

Sul Pfd avremo modo di tornare molto più diffusamente nella successiva relazione dedicata al fasc. HP 28. Qualche interesse lo ha il carteggio relativo alla missione del dott. Elvio Catenacci, del Sis, a Venezia, nel maggio del 1946, che porrà le premesse per il processo alle Sam venete (All. 116).

 

 

Per la verità tale carteggio offre essenzialmente conferme a quanto già era noto ed ampiamente trattato nella citata relazione del cap. Scriccia. Tuttavia vi è qualche particolare che, per quanto a conoscenza di questo ctu, sin qui non era emerso e che, invece, merita qualche attenzione.

 

 

In particolare, dalla relazione di Catenacci (All. 116 p. 7) evinciamo che, elemento di rilievo del clandestinismo fascista romano, era il conte Enrico De Boccard: un nome a noi assai familiare per la sua partecipazione, venti anni dopo, all'Istituto Pollio ed al convegno di Parco dei Principi.

 

 

Segnaliamo anche la p. 2 della lettera al Questore di Venezia del 22 febbraio 1946 (All. 253), dalla quale apprendiamo di un ennesimo coinvolgimento di padre Zucca nell'assistenza ai reduci della Rsi ricercati e latitanti.