METICOLOSO E CHIARO NELLA SOSTANZA E' IL PUNTO DELL'ACCUSA

 

 

 

Il rapporto degli agenti Valentino e Snyder del 30 agosto 1945

 

(La data è quella della prima stesura ma poichè il documento è aggiornato all'arresto di Losco Luigi "Tenace" e al verbale da questi firmato in data 6 settembre ne consegue che è stato inviato al Comando Alleato in data posteriore)

 

 

 

 

QUARTIER GENERALE DELLA QUINTA ARMATA

UFFICIO DEL CAPO DELLA POLIZIA MILITARE

DIVISIONE DELL’INVESTIGAZIONE CRIMINALE

APO: 464 U.S. ARMY

 

Questo caso ebbe origine a:

Schio, Italia

 

Casellario

5° CID caso n° 151

 

Rapporto fatto a Vicenza, Italia

Data di quando fu fatto: 30 agosto 1945

 

Periodo nel quale fu fatto: 30 agosto 1945

 

Rapporto fatto da: agente Snyder e Valentino

 

Denominazione: Bortoloso Valentino, Canova Gaetano, Losco Luigi, Franceschini Renzo, Santacaterina Aldo.

 

Argomento del caso: Omicidio

 

 

Sintesi dei fatti:

Il 7 luglio 1945, alle ore 0015, i seguenti 54 prigionieri politici al carcere mandamentale di Schio, Italia, furono colpiti da arma da fuoco e morirono in conseguenza delle ferite, da 12 partigiani mascherati: Arlotta Michele, Arcaro Teresa, Amadio Teresa, Baù Giovanni, Bernardi Quinta, Bernardi Settima, Baldi Irma, Bicci Giuseppe, Bettini Umberto, Calvi Ettore, Ceccato Livio, Dal Cucco Irma, Dalò Dosso Anna, Dal Collo Maria, Dal Santo Antonio, De Lai Francesco, De Munari Arturo, Fistarol Giuseppe, Fadin Settimo, Faggion Mario, Fasson Severino, Franchini Fernanda, Govoni Silvio, Lovise Adone, Lovise Blandina, Lovise Angela, Marchioro Isidoro, Magnabosco Lidia, Mignani Giovanni, Mantovani Roberto, Menegardi Alfredo, Miazzon Egidio, Nardello Luigi, Pancrazio Giovanna, Pozzolo Giuseppe, Perazzolo Alfredo, Plebani Mario, Ponzo Vito, Rizzoli Ruggero, Rinacchia Gisella, Rossi Lionetto, Sandonà Carlo, Slivar Antonio, Spinato Luigi, Stella Elisa, Stefani Giuseppe, Sella Antonio, Tonti Luigi, Tomasi Sante, Tadiello Carlo, Trentin Francesco, Vescovi Giulio, Ziliotto Ultimo e Zinzolini Adone.

 

I seguenti otto prigioneri politici sono tuttora in condizioni critiche all’ospedale civile, Vicenza, Italia:

 

Tadiello Rino, Perin Arturo, Bigon Luigi, Pillitteri Calcedonio, Ghezzo Emilio, Pavesi Olga, Franco Anna e Tisato Rosa.

 

I rimanenti 23 degli attualmente colpiti, sono ricoverati per minori ferite da arma da fuoco o rimasero illesi.

 

L’investigazione dell’agente Valentino e Snyder della V Armata CID rivela: i piani completi per l’omicidio di massa furono fatti da Maltauro Ruggero, detto “Attila”, San Vito, Piva Igino detto “Romero” Via Antonio Toaldi n.36, Schio, e Pegoraro Gaetano, detto “Nello” Via Cappuccini n.17, Schio.

 

Questi tre uomini non presero parte al massacro, ma i loro piani furono portati a termine da 12 partigiani:

Bortoloso Valentino, detto “Teppa”, Via Casetta n.2, Poleo

Canova Gaetano, detto “Sita”, Via S.Martino n.17, Schio

Fochesato Antonio, detto “Treno”, Via Rovereto n.9, Schio

Franceschini Renzo, detto “Guastatore”, Via Cattare n.1, Torrebelvicino

Santacaterina Aldo, detto “Quirino”, Via Rovereto n.9, Schio

Manea Arciso, detto “Morvan”, Via Lesegno n.11, Schio

Broccardo Giovanni, detto “RT”, Via Cappuccini n.28, Schio

Ciscato Italo, detto “Gandi”, Via Falgare n.46, Schio

Losco Luigi, detto “Tenace”, Via S.Martino n.17, Schio

Micheletti Bruno, detto “Brocchetta”, Via S.Vito, Schio

Scortegagna Bruno, detto “Terribile”, Monte Magrè

 

 

Dei 12 uomini nominati: Bortoloso Valentino, Canova Gaetano, Fochesato Antonio, Franceschini Renzo, Santacaterina Aldo, Losco Luigi, furono arrestati e il primo dei cinque nominati ammise la partecipazione al crimine.

 

Losco Luigi nega di aver partecipato.

 

Cavion Giovanni, detto “Glori” fu arrestato per aver nascosto Canova.

 

De Rizzo Ermenegildo, detto “Polenta” fu pure arrestato per cospirazione, mentre non prese parte al massacro.

 

 

Un’ulteriore indagine fu fatta per Maltauro Ruggero, detto “Attila”, Piva Igino, detto “Romero”, Pegoraro Gaetano, detto “Nello”, Scortegagna Bruno, detto “Terribile, Micheletti Bruno, detto “Brocchetta”, Ciscato Italo, detto “Gandi”, Broccardo Giovanni, detto “RT”, Manea Lido, detto “Igli”, Manea Arciso, detto “Morvan”, tutti ricercati sia per partecipazione che per cospirazione al crimine, da ambedue le polizie militare e civile italiane.

 

Questo omicidio di massa fu motivato apparentemente per vendetta in relazione ai molti atti di brutalità e crudeltà commessi dai fascisti contro i partigiani durante il regime fascista.

 

Gli otto partigiani che furono arrestati durante il corso dell’indagine, sono incarcerati nella prigione di San Biagio, Vicenza, Italia, sotto speciale custodia in attesa del processo da parte della Corte Generale Militare Alleata.

 

Argomento chiuso

 

 

 

Dettagli

 

1) Il 7 luglio 1945 alle ore 0015, i seguenti 54 prigionieri politici al carcere mandamentale, Schio, Italia, furono colpiti e morirono a causa di ferite da arma da fuoco, da 12 partigiani mascherati: (seguono i nomi dei 54 caduti, n.d.c.) (…)

 

I rimanenti 23 degli 85 attualmente colpiti sono ricoverati con ferite minori o rimasero illesi.

 

L’investigazione fatta dagli agenti Valentino e Snyder, V Armata CID rivela: (seguono i nomi dei partigiani già nominati in precedenza) (…)

 

2) l’11 luglio 1945, Lt. Col. Bye, P.S.O., V Armata, chiese a questo ufficio di mandare gli agenti CID a Schio per investigare sul massacro.

 

Il 12 luglio 1945 l’agente T.A.Snyder e l’agente John Valentino riferirono al Lt.Col. R.L. Lollar, Comandante Provinciale, Vicenza, e iniziarono le indagini.

 

3) Dal 13 luglio fino al 29 luglio 1945, fu fatto un interrogatorio completo ai prigionieri politici sopravvissuti, al personale della prigione, alle famiglie dei deceduti.

 

Gli interrogatori furono registrati e come risultato, furono fatti programmi per l’arresto in massa di un grande numero di sospetti.

 

4) Il 29 luglio 1945 approssimativamente alle ore 050 un’incursione di massa fu fatta a Schio e nei paesi vicini dai soldati americani. Tutte le disposizioni ai soldati furono date dal Lt. Col. R.L. Lollar, Comandante Provinciale, Vicenza, attraverso la V Armata.

 

Le truppe fanno parte del II Battaglione 135° Fanteria, 34^ Divisione, sotto il comando del Lt. Col. S. Castile.

 

Il risultato di questa incursione fu di 66 sospetti arrestati. Un completo e lungo interrogatorio fu fatto a ciascun individuo e quelli non responsabili furono rilasciati.

 

Questa incursione di massa portò all’arresto di un numero di persone più responsabili.

 

5) Durante il regime fascista a Schio e nei paesi vicini la popolazione fu crudelmente torturata, molti di loro ebbero la casa bruciata mentre altri ebbero i membri delle loro famiglie uccisi. Fu durante gli ultimi giorni della liberazione di Schio che un partigiano fu catturato dai fascisti. Questo partigiano fu torturato e finalmente, si suppone, sia stato sepolto vivo vicino al carcere di Schio.

 

Dopo la liberazione, membri della divisione partigiana “Garemi”, rimossero il corpo del loro ex camerata e lo misero in vista in modo che la gente che passava per la strada potesse vedere una parte dell’opera dei fascisti. Bortoloso Valentino, detto “Teppa”, stava di guardia al corpo. Come la gente passava, assicurava che i partigiani sarebbero stati vendicati.

 

6) Circa il 30 giugno 1945, Maltauro Ruggero, nome di battaglia “Attila”, Piva Igino, nome di battaglia “Romero” e Pegoraro Gaetano, nome di battaglia “Nello”, in presenza di Franceschini Renzo, nome di battaglia “Guastatore”, fecero un piano completo per l’eliminazione in massa di tutti i prigionieri politici che erano incarcerati nel carcere di Schio.

 

Il primo incontro ebbe luogo all’albergo Roma, a Schio.

 

Dapprima il loro piano era di far saltare in aria la prigione con l’esplosivo, ma più tardi cambiarono i loro piani.

 

Essi decisero di mandare due uomini che non erano molto ben conosciuti, con il compito di prelevare il capo carceriere, in modo che potessero entrare in possesso delle chiavi della prigione.

 

I tre cospiratori decisero che soltanto gli uomini più fidati del Battaglione “Ramina Bedin”, della Divisione partigiana “Garemi”, potessero prendere parte al grande evento.

 

I 3 suddetti uomini che sono direttamente responsabili del massacro, non presero parte all’azione, ma è certo che essi ne ebbero tutta la responsabilità.

 

7) Il 2 luglio 1945 era la data fissata per uccidere i prigionieri politici che erano incarcerati nella prigione mandamentale di Schio, ma per varie ragioni il progetto non potè essere effettuato. Due notti più tardi, i loro piani vennero ostacolati nuovamente.

 

8) Durante il tempo delle trattative i nomi di quelli che dovevano prendere parte al massacro, Bortoloso Valentino, detto “Teppa”, chiese a Rizzo Ermenegildo, detto “Polenta” di prendervi parte. “Polenta” partecipò a vari incontri nei quali i loro piani vennero discussi, ma quando venne il momento di entrare nella prigione De Rizzo non partecipò. (vedi incluso n.1)

 

9) La sera del 6 luglio 1945, circa alle ore 20,15, il capo carceriere Pezzin Giuseppe e un carabiniere, Busolo Attilio, lasciarono la prigione e andarono a un ristorante “I tre morari”, a bere un bicchiere di vino.

 

Dopo circa 15 minuti, il carabiniere e Pezzin si separarono. Il carabiniere andò in direzione della caserma e Pezzin prese la strada del carcere, quando fu fermato da 2 individui, ora conosciuti come Micheletto Bruno, nome di battaglia “Brocchetta” e Scortegagna Bruno, nome di battaglia “Terribile”.

 

I tre uomini cominciarono a chiacchierare, camminando in direzione opposta alle carceri.

 

Fu durante questa conversazione che Pezzin potè riconoscere uno degli uomini come Micheletto Bruno, detto “Brocchetta”.

 

Dopo aver camminato per breve tempo, i due individui domandarono le chiavi della prigione. Quando fu chiesto cosa volevano fare delle chiavi risposero: “Dobbiamo interrogare 5 o 6 prigionieri nella prigione”.

 

Pezzin rifiutò di dar loro le chiavi.

 

I due uomini avvertirono Pezzin, puntando le pistole, che non era nella situazione di rifiutare loro le chiavi, perché se lo avesse fatto, gli sarebbe accaduto qualcosa di brutto, in caso contario tutto sarebbe andato bene.

 

Pezzin allora, consegnò le chiavi della prigione.

 

Poi i due uomini lo scortarono verso la Valletta dei Frati, l’ora era circa le 21.

 

“Brocchetta” si tolse il cappotto e il cappello e li fece indossare a Pezzin, in modo che non potesse essere facilmente riconosciuto.

 

Poi lo sistemarono sotto un cespuglio e lo avvertirono che se fosse stato interrogato riguardo i due uomini che lo avevano portato via, egli doveva dire che essi erano stranieri e che egli non sapeva chi fossero i due uomini.

 

Pezzin fu ammonito che se egli avesse fatto menzione dei loro nomi, lui e la sua famiglia sarebbero stati uccisi.

 

Durante questa conversazione un altro uomo, noto ora come Ciscato Italo, nome di battaglia “Gandi”, arrivò in Valletta; indossava un soprabito, un cappello da alpino e aveva una maschera sulla faccia.

 

“Brocchetta” lasciò la Valletta dopo l’arrivo dell’altro uomo; egli se ne andò circa 30 minuti dopo.

 

Quando “Brocchetta” tornò, disse che gli ordini erano stati cambiati perché la moglie di Pezzin stava cercandolo e ciò era pericoloso.

 

Circa alle 22,15 i quattro individui, Pezzin Giuseppe capocarceriere, “Brocchetta”, “Terribile” e “Gandi” lasciarono la Valletta dei Frati in direzione della prigione.

 

Arrivati alla strada principale che porta alla prigione, a Pezzin furono dati questi ordini: doveva andare avanti dritto, non parlare a nessuno, mai guardare indietro e, se avesse tentato di scappare, gli avrebbero sparato. (vedi inclò. N° 2-3-4)

 

10) Erano circa le 22,30 quando la comitiva arrivò alla prigione. Essi trovarono la porta della prigione aperta perché la moglie del capocarceriere Pezzin (Spiller Elisabetta) era ansiosa per la prolungata assenza di suo marito e aveva mandato suo cognato Agazzi Alessandro a cercarlo.

 

Agazzi era tornato in quel momento alla porta della prigione.

 

Essi avevano appena parlato tra di loro quando il capocarceriere, Pezzin Giuseppe e i tre uomini “Terribile”, “Brocchetta” e “Gandi” arrivarono.

 

Due dei tre uomini “Brocchetta” e “Gandi” erano mascherati. Entrarono tutti nella prigione, chiudendo il portone dietro di loro. (vedi incl. N°5-6)

 

11) Circa alle 21 Pezzin Elisabetta chiamò due prigioniere politiche, De Chino Irma e Santacaterina Lucia, al piano di sotto a fare le pulizie. Queste due donne erano in cortile con Girardine (Tisocco) Adele, la moglie del secondo carceriere che abita nella prigione, quando Pezzin Giuseppe entrò seguito dai tre uomini, due dei quali erano mascherati.

 

Santacaterina Lucia identificò quello senza maschera come Scortegagna Bruno, nome di battaglia “Terribile”. (vedi incl. N° 7-8-9)

 

12) I tre individui tagliarono i cavi del telefono e poi presero il gruppo: Pezzin Elisabetta, Santacaterina Lucia, De Chino Irma, Agazzi Alessandro, Pezzin Maria e Girardine Adele e li accompagnarono nell’alloggio di Girardine Pietro che è situato nella prigione.

 

Girardine Pietro, il secondo carceriere, era a letto addormentato quando gli uomini mascherati erano entrati nella prigione.

 

Queste persone furono rinchiuse in questo appartamento con una guardia che stava in piedi davanti alla porta. (vedi incl. N°10)

 

13) Pezzin Giuseppe fu accompagnato nell’ufficio della prigione dove gli uomini mascherati gli chiesero le chiavi delle celle.

 

Dopo aver ricevuto le chiavi delle celle, Pezzin Giuseppe fu accompagnato all’appartamento di Girardine Pietro, dove fu rinchiuso insieme agli altri.

 

Dopo circa 15 minuti, fu richiamato in ufficio dagli uomini mascherati.

 

Mentre entrava in ufficio, Pezzin notò che era entrato nella prigione un altro uomo mascherato; quest’uomo è noto ora come Bortoloso Valentino, nome di battaglia “Teppa”.

 

Tutte le carte erano state rimosse dalle scansie e l’ufficio era in uno stato di disordine.

 

Gli uomini mascherati chiesero a Pezzin di dar loro i nomi di tutti quelli che erano fascisti e di quelli che avevano collaborato con i tedeschi.

 

Pezzin disse loro che non era in condizione di dar loro questa informazione.

 

Poi essi fecero sedere Pezzin con una matita e una carta e uno degli uomini mascherati (“Teppa”) lesse i nomi da una lista che aveva tolto dalla scansia e che elencava i nomi di otto prigionieri comuni e 91 prigionieri politici; egli doveva scrivere i nomi di coloro che in un modo o in un altro avevano collaborato con i Tedeschi.

 

Dopo aver scritto pochi nomi, sotto la minaccia di una pistola, Pezzin cominciò a piangere.

 

Gli uomini mascherati stavano diventando impazienti e uno di essi disse: “Spicciati “Teppa” o staremo qui un anno”.

 

Vedendo che non potevano avere nessuna soddisfazione da Pezzin, gli diedero un calcio e gli ordinarono di tenere sotto chiave il resto del gruppo della prigione.

 

Mentre Pezzin era scortato attraverso il cortile, notò altri sette o otto uomini mascherati, ma poiché era buio, Pezzin non potè esser certo del numero.

 

14) Dopo che Pezzin fu scortato verso la prigione dai tre individui, gli altri nove si riunirono in un vialetto a circa 40 piedi dalla prigione; erano circa le 23. (AVVERTENZA: il lettore deve tornare indietro al momento della preparazione e della consegna delle armi, fuori dalla prigione, nota del curatore) Qui essi si vestirono con vari tipi di abiti, in modo da non poter essere facilmente riconosciuti da nessuno della prigione. Fu qui che quelli che non avevano armi, ricevettero i loro fucili.

 

15) Circa alle 23,30 il portone principale della prigione fu aperto e otto uomini mascherati entrarono, facendo un totale di 12 uomini mascherati; i loro nomi sono i seguenti: (elenco dei nomi dei partigiani già menzionati nel documento, n.d.c.) (…)

 

16) Era passato appena un po’ di tempo da quando i primi quattro erano entrati nella prigione e tuttora molto poco era accaduto.

 

Gli uomini stavano diventando impazienti e preoccupati. Fu quando Broccardo Giovanni, “RT” e Bortoloso Valentino, “Teppa” ebbero una violenta discussione, se dovevano uccidere tutti i prigionieri politici o quelli maggiormente responsabili.

 

“Teppa” finì col dire: “Gli ordini sono ordini, dobbiamo ucciderli tutti”.

 

Una volta ancora andarono a chiamare Pezzin e Girardine per aprire le celle.

 

17) Le celle della prigione sono numerate da 1 a 5 incluso.

 

La numero 1 è un’unica vasta cella, al pian terreno.

 

La cella n.2 sono due piccole celle a sinistra della cella n.1.

 

La n.3 contiene due celle più piccole pure a pianterreno.

 

Il n.4 è una cella appartamento che consiste di tre piccole celle al primo piano; la n.5 è un’unica vasta cella al secondo piano.

 

Tutte le donne prigioniere, sia politiche che comuni erano nelle celle rimanenti.

 

18) Tutti i prigionieri comuni, 6 uomini e 2 donne, furono portati in una piccola cella che forma parte della cella n.2.

 

Oltre agli 8 prigionieri comuni, gli assalitori separarono 4 prigionieri politici, Antoni Antonio, Carozzi Massimo, Albrizi Carlo, e Maron Bruno per essere salvati dal massacro e li misero nella stessa cella con gli 8 prigionieri comuni. (vedi incl. N° 11-12-13-14-15)

 

19) Gli assalitori mascherati separarono ora i prigionieri in tre gruppi, i 12 menzionati nel paragrafo precedente, 56 uomini in una vasta cella della cella n.1, 21 donne e 8 uomini nella cella n.5.

 

Sei degli assalitori mascherati stettero nella cella n.1 e gli altri andarono nella cella n.5.

 

Tutti questi uomini erano armati di armi automatiche (fucili italiani e pistole tedesche).

 

20) Alle ore 0015 del sette luglio 1945 gli assassini misero le loro vittime ad una estremità di ciascuna delle celle n.1 e n.5.

 

C’erano 56 uomini allineati nella cella n.1, 21 donne e 8 uomini nella cella n.5

 

Gli 8 uomini erano allineati davanti alle donne.

 

La sparatoria nelle due celle fu quasi simultanea.

 

La sparatoria durò dai 3 ai 5 minuti.

 

Quando gli uomini mascherati pensarono di avere ucciso tutti i prigionieri politici, lasciarono la prigione immediatamente.

 

21) Ci sono tre prigionieri sopravvissuti, Fantini Mario, Borghesan Antonio e Fantini Guido, che dicono di aver riconosciuto uno degli uomini mascherati come Franceschini Renzo, nome di battaglia “Guastatore”.

 

Franceschini fu riconosciuto dalla voce e dal fisico. (vedi incl. N.16-17-18)

 

22) Fortunatamente alcuni prigionieri ai quali fu sparato, non furono feriti perché quando la sparatoria cominciò, caddero immediatamente sul pavimento e i morti caddero sopra di essi, così, formando uno scudo dal resto della sparatoria, altri si arrampicarono sulle finestre.

 

Alcuni minuti dopo la cessazione della sparatoria, quelli che riuscirono a fuggire feriti e quelli che erano feriti leggermente, andarono a chiedere aiuto.

 

Il carceriere e il suo gruppo furono liberati da Capozzo Diego, un prigioniero politico.

 

Alle ore 010, Pezzin Giuseppe, il capocarceriere, andò al ristorante “Tre Morari” e telefonò ai CCRR, alle autorità dell’ospedale e alla stazione locale militare italiana, per aiuto. (vedi incl. N.19-20- 21-22-23-24)

 

23) Il maresciallo di Schio Marin Pietro, con un gruppo di 6 uomini, dell’88 Reggimento della Divisione Friuli e la 92^ dei Vigili (del Dipartimento Vigili) arrivò alla prigione circa alle ore 0200.

 

Immediatamente portarono i feriti, 22 persone, all’ospedale di Schio.

 

Due morirono nel tragitto.

 

Dopo aver portato i feriti all’ospedale, i morti furono riuniti in due celle, furono contati; il loro numero era 47. (vedi incl. N.25-26-27)

 

24) I morti in totale furono 54.

 

I feriti, che sono tuttora in ospedale sono 8.

 

I rimanenti delle 85 persone attualmente colpite sono ricoverate per ferite minori da arma da fuoco o rimasero illese.

 

Delle 54 persone uccise, 39 erano uomini e 15 erano donne che andavano da un’età dai 74 anni ai 18.

 

Un gran numero di queste persone uccise non aveva denunce a loro carico. (vedi incl. n.28-29-30)

 

(Questo è un punto controverso che ha sollevato accese polemiche, vedi U.De Grandis : La giustizia negata, Odeonlibri, Schio 2006; n.d.c.)

 

25) Sei dei partecipanti al massacro di Schio sono stati arrestati, cinque di loro hanno dato una completa confessione agli agenti incaricati, ammettendo la loro complicità.

 

1 – FRANCESCHINI Renzo, detto “Guastatore”, Via Cattaro n.1, Torrebelvicino, fu arrestato a casa sua il 7 luglio 1945. Prima, Franceschini Renzo fece una confessione per iscritto; egli disse a Zacchi Francesco e a Giulianini Giuseppe, prigionieri politici, che egli prese parte al massacro di Schio. Fu ottenuta una completa confessione scritta. (vedi incl. N.31-32-33-34-35)

 

2 BORTOLOSO Valentino, detto “Teppa”, Via Casetta 2, Poleo, fu arrestato in un campo di rifugio partigiano sulle montagne di Lavarone il 6 agosto 1945. Una piena confessione scritta fu stilata il 22 agosto 1945 (vedi incl. N.36-37-38-39- 40)

 

3 FOCHESATO Antonio, detto “Treno”, Via Rovereto n.9, Schio, fu arrestato in casa sua alle ore 0500 del 29 luglio 1945. Una piena confessione scritta fu stilata il 15 agosto 1945. (vedi incl. N.41-42)

 

4 SANTACATERINA Aldo, detto “Quirino”, Via Rovereto 9, Schio, fu arrestato nella casa di suo zio alle ore 0500 il 18 agosto 1945. Una piena confessione scritta fu stilata il 21 agosto 1945. (vedi incl. N.43-44-45)

 

5 CANOVA Gaetano, detto “Sita”, Via S.Martino 17, Schio, fu arrestato in casa di Cavion Giovanni, alle ore 0200, il 30 agosto 1945. Gli agenti investigativi furono informati dove si nascondeva “Sita”. Dopo essere entrati nella casa, “Sita” fu trovato nascosto in un rifugio situato nella stalla. Una piena confessione scritta fu stilata il 30 agosto 1945. (vedi incl. N.46-47)

 

6 LOSCO Luigi, detto “Tenace”, Via S.Martino 17, Schio, fu arrestato dai carabinieri il 5 settembre 1945. Una deposizione scritta fu fatta il 6 settembre 1945. Losco Luigi non ammise di aver partecipato al massacro di Schio. (vedi incl. N.48-49-50-51-52)

 

7 DE RIZZO Ermenegildo, detto “Polenta”, Marano Vicentino, partecipò a vari incontri concernenti il massacro, ma non vi prese parte. De Rizzo fu arrestato a casa sua il 18 agosto 1945. De Rizzo Ermenegildo, “Polenta”, è accusato di cospirazione e consulenza. (la dichiarazione di De Rizzo è al n.1)

 

8 CAVION Giovanni, detto “Glori”, l’attuale capo del Battaglione “Ramina Bedin”, fu arrestato a casa sua alle ore 0200 del 30 agosto 1945, per aver nascosto Canova Gaetano, “Sita”. Cavion è stato accusato come complice dopo il fatto. (vedi incl. N.53)

 

 

26) Ci sono ancora 9 uomini che devono essere arrestati. I loro nomi sono: Maltauro…Pegoraro…Manea Arciso…Manea Lido…Broccardo Giovanni…Ciscato Italo…Micheletto Bruno…Scortegagna Bruno…Piva Igino.

 

Numerose incursioni furono fatte per arrestare questi uomini, ma senza risultato. Essi sono andati sulle montagne, in vari posti, in Italia e in Jugoslavia; essi sono ancora al largo.

 

I nomi e le fotografie dei sopramenzionati sono stati pubblicati in vari giornali come ricercati.

 

27) Durante il periodo nel quale questo caso fu trattato, furono arrestate 108 persone e ognuna di queste fu sottoposta a interrogatorio. Quattro dichiarazioni furono prese per ogni persona. Tutti gli arrestati sono stati rilasciati eccetto quelli responsabili.

 

28) Gli 8 uomini che furono presi durante il corso dell’investigazione sono incarcerati nella prigione di San Biagio, a Vicenza, Italia, sotto custodia speciale, aspettando il processo della Corte Alleata Militare Generale.

 

 

 

Theron A. Snyder   agente C.I.D. V Armata

John Valentino       agente C.I.D. V Armata