UN DOCUMENTO SULLE COSTRIZIONI A PARTECIPARE AL MASSACRO

 

 

 

La confessione di Canova Gaetano

 

 

Verbale da considerare "minore" perchè ormai il quadro dei fatti era stato ricostruito nei dettagli. Ma una sua importanza va cercata nei comportamenti tra partigiani, tra comandanti e sottoposti del battaglione "Ramina Bedin". La costrizione su Canova porta ad una non convinta partecipazione e al successivo e inevitabile coinvolgimento giudiziario.

 

 

 

Exhibit No. 16

 

Il giorno 30 agosto 1945, alle carceri giudiziarie di S.Biagio, Vicenza.

 

Davanti a noi, John Valentino, agente C.I.D. 5^ Armata, è presente CANOVA Gaetano (nome di battaglia “Sita”), di Vittorio, e di Bonato Angela, nato a Schio il 29/3/1924, residente a Schio in Via S.Martino n.17, il quale opportunamente interrogato risponde:

 

 

 

Sono partigiano da circa un anno e qualche mese e appartenevo alla Brigata “Martiri di Val Leogra” – Battaglione “Ramina Bedin”.

 

Il comandante del battaglione era un certo “Glori” (nome di battaglia) di nome Cavion Giovanni.

 

Ho sempre operato sui monti circostanti Schio.

 

Il giorno 29 aprile ho partecipato alla liberazione di Schio col mio battaglione e da quella data sono sempre rimasto a Schio ove ho prestato servizio, la prima settimana ai magazzini del lanificio Rossi ove facevo la guardia, poi passai al comando “Ramina Bedin”; in seguito venni adibito a servizio di guardia alla caserma “Cella” e passai quindi alla caserma delle Scuole Marconi per servizio di polizia.

 

I comandanti della polizia di Schio erano “Samuele” e “Attila”.

 

Non ho partecipato alla dimostrazione di Schio; non ricordo in che luogo mi trovavo quel giorno.

 

Il lunedì o martedì dopo la dimostrazione mi incontrai con “Attila” in Piazza Alessandro Rossi di Schio.

 

Fu in quel giorno che egli mi propose di andare con altri alle prigioni di Schio per uccidere i fascisti che ivi si trovavano.

 

Quel giorno gli risposi che non ci volevo partecipare.

 

Per risposta mi disse che mi aspettava la sera stessa al comando del “Ramina Bedin”.

 

Quella sera io non mi feci vedere.

 

Il giorno seguente incontrai “Attila” – “Teppa” e “Aldo” alle scuole Marconi i quali mi chiesero il motivo per il quale io non mi presentai al comando la sera precedente.

 

Risposi loro che la sera prima avevo avuto degli altri impegni ed anche che non mi sentivo di partecipare all’uccisione dei fascisti.

 

Per tutta risposta egli mi chiese perché non volevo vendicare i partigiani morti per causa dei fascisti e mi disse di non essere bambino. Gli altri mi dissero le stesse cose.

 

Dopo quella sera io continuai il mio servizio alle scuole “Marconi”.

 

Da quel giorno fino al giorno 6 luglio 1945, nessuno più mi ha parlato della cosa.

 

Il giorno 6 luglio 1945, giorno in cui avvenne il massacro, poco dopo essere smontato di guardia alle scuole Marconi e cioè verso le ore 20,30, mi recai al comando del “Ramina Bedin” e lungo la strada incontrai “Teppa” e “Guastatore” coi quali mi recai al comando suddetto.

 

Quando fui al comando vidi che “Teppa” aveva una lista in cui erano scritti i nomi di tutti coloro che avrebbero dovuto partecipare all’eccidio. Vidi che sulla carta vi era scritto pure il mio nome.

 

Al comando del “Ramina Bedin” c’erano oltre a “Teppa” ed io, certi “Guastatore” – “Lido” – “Aldo” – “Tenace” – “Polenta”: in tutto eravamo da sette a otto persone. Gli altri erano già andati via, credo per prendere “Pezzin”.

 

Non so chi erano gli altri.

 

Dopo poco “Polenta” se ne andò via dicendo che doveva andare a casa essendo tardi e perché abitava molto distante e che quindi non poteva partecipare all’eccidio.

 

“Attila” mi disse: “E tu vieni?”

 

Io gli risposi che non mi sentivo di commettere una cosa simile perché non avevo mai fatto tali cose, ma egli poi mi costrinse dicendomi che se non ci fossi andato mi avrebbe punito severamente.

 

“Teppa” pure mi disse che dovevo partecipare io pure al massacro.

 

“Teppa” mi ordinò di andare a casa a cambiarmi d’abito e di trovarmi verso le ore 10 alla Valletta dei Frati, dietro all’ospedale.

 

Arrivato a casa raccontai il fatto a mia madre che si mise a piangere, ma io le risposi che ci dovevo andare per forza e anche per paura che i miei compagni mi facessero poi del male se non partecipavo all’eccidio.

 

Indossai una giacca da lavoro di colore blu e un paio di pantaloni grigio scuri e in testa un berretto nero.

 

Per mascherarmi presi un fazzoletto da naso.

 

Alle ore 21,50 partii da casa e arrivai alla Valletta verso le ore 22,15. Alla Valletta trovai “R.T.” – “Treno” – “Teppa”. “Treno” aveva una bicicletta.

 

Durante il tempo in cui rimasi alla Valletta “Teppa” andò via con una bicicletta tornando dopo circa 10 minuti ordinando a me e a “Treno” di recarsi al cancelletto vicino alle prigioni.

 

Alla Valletta non ho visto Pezzin. Sentii solo “Teppa” che diceva che la di lui moglie lo cercava.

 

Alle ore 22,30 circa arrivai al cancelletto vicino al fotografo nei pressi delle prigioni ove trovai circa otto miei compagni.

 

Uno di essi, Lido Manea “Igli” mi consegnò il mitra con tre caricatori con 20 pallottole ognuno. “Treno” ricevette pure un mitra e tre caricatori da 20.

 

Oltre ai due già menzionati erano presenti “Teppa” – “Guastatore” – “Aldo” – “Gandi” – “Morvan” e altri di cui non ricordo il nome.

 

Rimasi al cancelletto con gli altri per circa mezz’ora. Alcuni erano già entrati nelle prigioni, ma non ricordo il loro nome.

 

Trascorsa la mezz’ora lasciammo il cancello uno alla volta per recarsi nell’interno delle prigioni. Quando uno arrivava sulla porta delle prigioni l’altro partiva dal cancelletto.

 

Io entrai dopo quattro o cinque miei compagni e quando arrivai alla porta incontrai “R.T.” e “Brocchetta”.

 

Mi fermai al secondo cancello di ferro entro il carcere. Vidi tre o quattro miei compagni entrare nell’ufficio delle carceri con Pezzin, ma non so per che motivo.

 

Vidi poi “Teppa” uscire con una carta in mano dopo circa 20 minuti. Gli altri miei compagni aspettavano nel frattempo in cortile. Venne chiamato poi il secondino delle carceri.

 

Al piano terreno delle carceri vidi non ricordo bene se Pezzin o il secondino che con “Teppa” e gli altri compagni aprivano le celle.

 

In quel momento io ero ancora al cancello d’entrata alle carceri.

 

Tutte le persone che occupavano le celle vennero fatte uscire e radunate nello stanzone a pian terreno.

 

A questo punto io entrai pure nello stanzone e, visto che fra i prigionieri vi era Massimo Carozzi, persona che conoscevo avendo lavorato con lui nella stessa fabbrica e che stimavo perché mi aveva sempre fatto del bene, lo tolsi dal gruppo perché non venisse ucciso. Dopo di ciò tornai al cancello.

 

Non so da chi e il motivo per il quale altri prigionieri vennero tolti dal gruppo, ma so che “Teppa” aveva una lista di nomi.

 

Dopo breve tempo “Teppa” – “Lido” – “Tenace” – “Guastatore” credo, uscirono in cortile.

 

Con loro vi era qualcun altro di cui non ricordo il nome. Si avvicinarono a me e “Teppa” mi disse che anch’io dovevo partecipare al massacro e che dovevo andare di sopra al primo piano con lui.

 

Arrivati al primo piano “Teppa” aprì le celle dove vi erano circa otto nove uomini che costrinse a salire al secondo piano dove si trovavano le donne.

 

Salii io pure al secondo piano e quando arrivammo vidi che tutti i detenuti e le detenute erano già raggruppati nello stanzone contro il muro.

 

Gli uomini erano in prima fila, mentre le donne stavano di dietro. Lì vennero tolte dal gruppo due donne, chiamate da “Teppa”; non ricordo il nome di queste due donne ma ricordo che “Teppa” chiamò la madre del marito di “Cocometta”.

 

Io accompagnai queste due donne al primo piano e le misi in una cella da dove poco prima vennero tolti gli otto o nove uomini che vennero accompagnati di sopra.

 

Al piano superiore eravamo: io – “Teppa” – “Lido” – “Tenace” e alcuni altri di cui non ricordo il nome.

 

Mentre io mi trovavo al primo piano sentii sparare al piano superiore e quindi al piano terreno.

 

La sparatoria durò circa due o tre minuti e avvenne alle ore 24,15 circa. Io non sparai nemmeno un colpo. Al termine della sparatoria io mi trovavo già in fondo alle scale e poi assieme agli altri miei compagni uscii dalle prigioni e mi diressi alla Valletta dei Frati, mentre altri miei compagni si diressero verso le scuole “Marconi”.

 

Alla Valletta dei Frati consegnai il mio mitra con i tre caricatori pieni a Aldo Santacaterina “Quirino” il quale mi disse: “Guarda, “Sita”, hai tutti e tre i caricatori pieni”. “Teppa” e “Guastatore” mi dissero la stessa cosa.

 

Dopo di ciò io mi diressi verso casa da solo. Arrivato a casa trovai la porta aperta. Mio madre dormiva e non ho parlato con lei. Con la madre parlai solamente il giorno dopo. Le raccontai il fatto ed essa si mise a piangere e mi disse “Non ti credevo capace di fare certe cose”. Io le dissi che non era stata colpa mia, ma che così erano gli ordini.

 

Gli organizzatori del massacro sono “Attila” – Piva Igino e Pegoraro Nello. Con gli ultimi due io non ho mai parlato riguardo all’uccisione dei fascisti alle carceri mandamentali di Schio.

 

A parer mio “Teppa” è il maggior responsabile del massacro. Tutti noi dicevamo a “Teppa” di togliere solamente 7 o 8 fascisti veri responsabili di crimini e di condurli alla Valletta dei Frati e lì fucilarli.

 

Lui ci rispose che tutti sono responsabili e che quindi bisognava ucciderli tutti.

 

Posso dire soltanto che “Teppa” chiese a Pezzin nomi di meno responsabili. Pezzin rispose a “Teppa” di non sapere quali fossero.

 

Non so se la lista coi nomi dei meno responsabili sia stata fatta da Pezzin o da “Teppa”.

 

Il giorno dopo il massacro non ho visto nessuno dei partecipanti. Tanto quel giorno come nei giorni seguenti io rimasi sempre a casa.

 

Dopo due o tre giorni trovai “Aldo” e “Morvan”, ma non parlai con loro di nulla per ciò che riguardasse il massacro.

 

Vidi pure “Teppa” prima che egli partisse per Lavarone, ma pure con lui non ho parlato di niente. Vidi pure “Nello” col quale non ho parlato del massacro. Gli parlai solo di lavoro esprimendogli il mio disappunto per il fatto che dopo 12 mesi di partigiano non ero riuscito a trovare lavoro.

 

Sabato mattina 18 agosto 1945 verso le ore 5 partii da casa per recarmi a Vicenza col treno. Sul treno trovai “Leone Facci” e “Galletto Guido”. Mi recai a Vicenza per regolarizzare la mia posizione militare presso la sede dell’Aeronautica essendo io stato aviere durante la guerra. Tornai a casa verso le ore 15 o 16 dello stesso giorno.

 

Mia madre mi disse che gli americani avevano fatto una perquisizione in casa durante la mia assenza e che avevano cercato di me.

 

Il giorno 24 andai ad abitare in casa di Glori, un po’ fuori di Schio e precisamente ai Capuccini, sulla collina. Mio padre aveva pregato il signor Glori di ospitarmi per qualche tempo perché aveva paura che io venissi arrestato.

 

Pochi giorni fa mi volevo costituire, ma poi decisi di aspettare fino alla fine del processo a carico degli altri miei compagni che sono già stati arrestati.

 

Oggi, 30 agosto 1945, alle ore 2 di notte, mentre dormivo al primo piano in casa di Glori ho sentito battere alla porta di casa e mentre mi mettevo i pantaloni sentii un famigliare che non so specificare quale sia stato, dirmi “Presto” – “presto”. Infilatimi i pantaloni sono sceso dapprima nella stalla e poi andai a nascondermi nel bunker. Mentre mi trovavo nel bunker, venni trovato dalla polizia alleata e dai carabinieri che mi arrestarono.

 

Da Schio sono stato tradotto a S.Biagio – Vicenza, nelle prigioni giudiziarie.

 

La presente dichiarazione l’ho fatta volontariamente senza essere stato minacciato e senza ricompensa alcuna.

 

 

Fatto, letto, sottoscritto:  

Canova Gaetano (nome di batt. “Sita”)

 

Testimoniato da

John Valentino

Agente C.I.D. 5^ Armata