IL CAPO DEL GRUPPO NON INTENDE CONFESSARE IL SUO RUOLO

 

 

 

Il 4° interrogatorio di "Teppa"

 

"Teppa" in questo quarto ed ultimo interrogatorio mantiene ferma la sua linea: ormai il "trattamento" di John Valentino gli aveva fatto fare i nomi di tutti (o quasi) i partecipanti al massacro. Lui però si tiene ancora fuori dalla catena di comando e nella ricostruzione dei preparativi la sua versione punta sullo "spontaneismo", tralasciando riunioni e accordi. Un tributo dovuto ai suoi comandanti a cui manda a dire che "si erano presa tutta la responsabilità" dei fatti.

 

 

 

 

Exhibit No. 15

Vicenza, 22 Agosto 1945

 

 

Io, Bortoloso Valentino dichiaro che sono nato a Schio il 24 Marzo 1923, e che sono figlio di Paolo Bortoloso e di Cerbaro Mistiga. Risiedo a Poleo di Schio, in Via Casetta Numero 2.

 

Il giorno 29 aprile 1945 scesi dalla montagna col battaglione. Avevamo l’incarico di attaccare Schio da tutte le parti. Il mio battaglione, proveniente da Poleo, aveva l’incarico di impossessarsi dell’ospedale, del municipio, del lanificio “Rossi” e di altri luoghi. Dopo circa 5 ore di combattimenti siamo entrati nei locali degli edifici sopranominati.

 

Dopo l’attacco io ripresi il mio servizio di guardia assegnato alla centrale elettrica.

 

Il mattino successivo vennero da noi tutti catturati altri prigionieri tedeschi, circa 60, nei dintorni di Schio, verso S.Orso.

 

Dopo alcuni giorni iniziammo il servizio di guardia alla porta della caserma nostra, alle carceri e alla caserma Cella, ove venivano rinchiusi i prigionieri di guerra fascisti e tedeschi.

 

Io ho sempre fatto servizio di guardia fino a che venne costituita la “Polizia Partigiana”.

 

Nel cortile interno della caserma della “ex Brigata Nera” vennero fatti degli scavi in quei giorni e venne trovato il cadavere di un partigiano territoriale che era stato sepolto vivo dai fascisti dopo averlo martoriato levandogli gli occhi. Abbiamo mostrato ai borghesi il corpo martoriato di questo partigiano lasciandolo allo scoperto per alcun tempo. La popolazione ne fu scandalizzata e gridò in quei giorni che voleva vendetta per lui e per tutti i morti caduti sotto l’oppressione fascista.

 

Noi promettemmo alla popolazione che si sarebbero trovati i responsabili di questo crimine e che si sarebbe fatto il tribunale del popolo per giustiziare i colpevoli, ma nulla fu fatto di ciò che venne promesso.

 

Della dimostrazione non so niente. So solo che la popolazione gridava vendetta e piangeva. Tutti volevano vendicare i morti partigiani e specialmente i morti nel campo di concentramento di Mathausen in Germania.

 

Circa due giorni dopo la dimostrazione di Schio io mi trovavo a “Torre Belvicino” alle “Acque” e, mentre ballavo, si è avvicinato “Quirino” e un altro che credo fosse “Guastatore”.

 

Sono sicuro che in detto luogo era presente pure “Guastatore”, che era venuto anche lui per ballare, ma non ricordo se sia venuto lassù con me o no.

 

“Quirino” mi avvertì che dovevo presentarmi immediatamente al comando del battaglione “Ramina Bedin” per delle comunicazioni importanti.

 

Partimmo subito per Schio in bicicletta – io – “Guastatore” e “Quirino”: era con noi un altro che credo sia stato “Sita”.

 

Arrivammo al comando verso le ore 21 e lì trovai “Attila” e “Nello”.

 

Appena entrammo ci hanno detto: “Guardate che bisogna entrare nelle carceri ed ammazzare i fascisti perché la popolazione fuori grida vendetta”.

 

Quindi aggiunsero: “se noi non facciamo questo, la popolazione ci odierà perché, verso il 29 aprile avevamo promesso di fucilare in piazza i fascisti più responsabili, facendo un tribunale del popolo. Siccome queste promesse non sono state mantenute ora i familiari dei partigiani morti e quelli dei caduti a Mathausen ci ridono dietro”.

 

Piva disse: “questa sera non si può fare niente, domani ci mettiamo a posto meglio”.

 

Il fatto venne rimandato per due o tre giorni perché quella stessa sera l’ora era troppo avanzata, perché gli uomini non erano abbastanza e perché non vi era stata sufficiente preparazione

 

Hanno detto che per poter avere le chiavi bisognava fermare Pezzin e che occorrevano due uomini per la bisogna e che loro stessi avrebbero pensato a questi due uomini. Si sapeva che Pezzin usciva tutte le sere per andare a bere all’osteria accanto alle carceri o talvolta in altre.

 

Alla riunione erano presenti oltre ad “Attila” e “Nello”, “Piva”, che mi pare sia arrivato più tardi, e c’erano anche “Guastatore”, “Morvan”, “R.T.”, “Sita”, “Quirino”, io stesso e forse qualcun altro.

 

Il giorno seguente invece non vi fu altra riunione perché a mezzogiorno circa quando andai per la colazione alla caserma “Ramina Bedin”, ci riunimmo in cucina “Attila”, “Nello” e “Piva” oltre a “Quirino”, “Morvan” e io stesso e non si decise niente, perché bisognava avvertire degli altri.

 

Non ricordo tutti quelli che ho avvertito io. Ho avvertito “Treno” nelle prime ore del pomeriggio del 6 luglio, alla caserma Cella; “Polenta” mi rispose di non poter partecipare.

 

Oltre a me, “Guastatore”, “Quirino”, “Sita”, altri furono incaricati del massacro.

 

Essi sono i seguenti: “R.T.”, “Gandi”, “Treno”, “Tenace”, “Brocchetta”, “Terribile”, “Igli”.

 

Tutti questi individui appartenevano al battaglione “Ramina Bedin” meno “Brocchetta” e “Terribile”.

 

Tutti i sopranominati individui li ricordo solo per nome di battaglia; al battaglione non vi sono altri che abbiano gli stessi nomi loro.

 

Il giorno precedente al massacro, seppi dai miei compagni che “Terribile” e “Brocchetta” erano incaricati di prendere le chiavi al Pezzin.

 

Il giorno 6 luglio verso le ore 19 andai al comando “Ramina Bedin” e lì venni avvertito dai miei comandanti che quella sera stessa si doveva effettuare l’uccisione dei fascisti; credo che sia stato “Piva” a darmi gli ordini.

 

Mi dissero che mi dovevo trovare dietro il cancelletto vicino al negozio del fotografo verso le 11 di sera.

 

Quando mi è stato dato quest’ordine io ero in compagnia di “R.T.”, Broccardo Giovanni del battaglione “Ramina Bedin”.

 

Uscito dal comando andai a casa a prendere il vestito per mascherarmi e poi passai per la caserma Cella ove presi il “mitra”. Tanto il “mitra” quanto il pacchetto con i vestiti li lasciai nel boschetto dietro il cancelletto ove arrivai passando per la Valletta.

 

Poi andai al cinema col mio amico “Cerisara Antonio”.

 

Quella sera avevo l’appuntamento con lui per andare a ballare a Sant’Orso, poi, saputo ciò che dovevo fare la sera, gli dissi che non ne avevo voglia perché ero stanco.

 

Alle ore 22,15 – 22,30 circa presi un gelato con lui poi lo lasciai. Lui andò a casa ed io mi portai nelle vicinanze della prigione, e precisamente dietro il cancelletto vicino al fotografo.

 

Lì trovai i miei compagni: “Gandi”, “Treno”, “Tenace”, “Guastatore”, “Igli” e “Quirino”.

 

Sono sicuro dell’identità dei suddetti perché parlai con loro e anche perché li conosco molto bene.

 

Mi dissero che “Brocchetta”, “Terribile”, “R.T.” e “Sita” erano già entrati mascherati nelle carceri con Pezzin e che erano entrati prima per non dare sospetti né alla moglie del Pezzin, né alle altre persone che ivi si trovavano.

 

I presenti erano tutti armati, io ero armato del “mitra” che avevo ricuperato togliendolo ai fascisti durante la liberazione di Schio, ero vestito con un paio di pantaloni e una giubba vecchi e stracciati che portavo un tempo in montagna. Avevo un cappello vecchio.

 

Ricordo che “Tenace” aveva un cappello alpino.

 

Questi indumenti me li misi quando arrivai al cancelletto vicino alle prigioni, togliendoli dal pacco che avevo precedentemente portato da casa e nascosto con il “mitra” dietro il boschetto.

 

Mi fermai sul posto circa mezz’ora e durante questo tempo non arrivò nessun altro.

 

Poco prima di entrare in carcere mettemmo tutti la maschera.

 

Dopo aver guardato sulla strada se non v’era nessuno, entrammo tutti assieme nel carcere dove trovammo gli altri quattro con Pezzin, che ci aspettavano.

 

In tutti dentro le carceri eravamo circa dodici persone.

 

Ci siamo fatti dare dal Pezzin la lista dei detenuti perché volevamo scegliere i più responsabili. Ma siccome non sapevamo di preciso quali fossero, abbiamo incaricato il Pezzin di indicarci i nomi dei più colpevoli.

 

Per circa ¾ d’ora tentammo di fare questa scelta con l’aiuto del Pezzin, ma poiché ci siamo accorti che egli tralasciava alcuni nomi di persone che sapevamo veramente responsabili, abbiamo rinunziato al progetto.

 

Noi tutti non ci fidavamo troppo del Pezzin perché sapevamo che è amico dei parenti dei fascisti rinchiusi, dai quali spesse volte aveva ricevuto promesse di ricompense per i piaceri a loro fatti.

 

In conclusione non vennero esclusi che i detenuti con reati comuni e qualche altro che si pensò non fosse veramente responsabile.

 

Di questi ultimi non ricordo il nome.

 

Durante questi ¾ d’ora vi fu parecchia confusione; con noi non c’era nessun capo, ci consigliavamo a vicenda fra noi su quello che si doveva fare.

 

Di mia iniziativa non ho levato nessun prigioniero politico dal numero di coloro che dovevano essere ammazzati.

 

“Brocchetta” mi ha riferito che quando Pezzin è stato portato in Valletta ha detto che voleva vedere “Piva” per mettersi d’accordo con lui; perché se avesse saputo quello che volevamo fare lui avrebbe aperto la porta del carcere senza dar sospetto.

 

Messici d’accordo, sei rimasero al pianterreno ed io salii ai piani superiori con “Sita”, “Tenace”, “Igli” e credo “Treno”, ma non sono sicuro di quest’ultimo.

 

Io diedi l’ordine a quelli che rimasero giù di sparare quando avessero sentito sparare di sopra.

 

Abbiamo tolto gli 8 o 9 uomini prigionieri delle due piccole celle del primo piano e li abbiamo portati al secondo piano dove c’erano le donne detenute, mettendoli davanti ad esse.

 

Due donne, detenute comuni erano state tolte dal gruppo delle detenute e portate fuori, ma non so dove.

 

Incominciammo a sparare verso le 12 e ¼.

 

I primi colpi vennero sparati al piano superiore.

 

Io avevo due caricatori con circa 70 colpi in tutto.

 

Siccome ad un certo momento il mio “mitra” si inceppò 20 colpi circa non sono stati sparati.

 

La sparatoria durò per circa 2 o 3 minuti e poi cessò.

 

Quando pensammo che tutti fossero morti, siamo usciti tutti assieme dalle prigioni, poi ognuno se ne andò per conto suo.

 

Io me ne andai con “Gandi”, “Guastatore” e “R.T.”, dirigendomi verso i Cappuccini lungo la Valletta.

 

Lì ci siamo lasciati e ognuno se ne andò a casa con la sua arma.

 

Io portai a casa con me il mitra e il giorno dopo lo portai alla caserma “Cella” dove facevo servizio. Seppi poi che mi era stato rubato dai soldati avendolo lasciato incustodito nel corpo di guardia.

 

Per esplicare il mio servizio nei giorni seguenti al fatto presi in dotazione un “Mauser”.

 

“Guastatore” lo vidi il giorno dopo del fatto ed eravamo d’accordo nell’affermare di non aver nessun rimorso dato che tutti coloro che avevamo ucciso erano fascisti traditori che fecero tanto male alla popolazione del paese, responsabili della morte di molti abitanti di Schio, sui monti e nel campo di concentramento in Germania.

 

“Guastatore” mi disse che tutto il popolo era contento e soddisfatto del nostro operato.

 

“Pegoraro” lo vidi la domenica dopo del fatto. Parlammo dell’eccidio e ci dimostrammo tutti e due contenti per aver dato soddisfazione alla popolazione la quale in quei giorni non rispettava nemmeno il lutto per la morte dei fascisti.

 

“Attila” e “Piva” li vidi alcuni giorni dopo e anche loro erano delle medesime opinioni di cui sopra. Il desiderio del popolo era stato esaudito.

 

Nei giorni seguenti all’eccidio io ho continuato il mio servizio di polizia fino al giorno in cui ci hanno disarmato.

 

“R.T.” lo vidi alcuni giorni dopo il fatto. Eravamo contenti perché tutto andava bene e così si sperava per l’avvenire. Si disse di non aver nessun rimorso perché i fascisti ci fecero molto male.

 

“Gandi” lo vidi dopo diversi giorni, ma non parlammo di niente.

 

“Polenta” lo trovai verso le ore 17 o 18 a Schio. Parlai con lui e mi disse che smontava un’ora prima di guardia perché aveva degli impegni.

 

Il giorno 29 luglio, quando sono venuti gli americani a Schio per procedere a degli arresti io mi trovavo a Schio e li vidi portar via diversa gente. Il dopopranzo io andai alla piscina ed alla sera me ne andai con una ragazza.

 

Dato che il nostro reparto era stato sciolto io non ho più avuto occasione di vedere i miei comandanti, quelli cioè che mi diedero l’ordine di compiere il massacro.

 

Io non so ora dove essi si trovino.

 

Il giorno 31 di luglio partii per Lavarone dove rimasi fino al giorno 6, giorno in cui le truppe Americane vennero ad arrestarmi.

 

Dopo il mio arresto sono stato tradotto alla caserma del 57° Fanteria ove al presente mi trovo carcerato.

 

I nostri comandanti prima dell’eccidio ci assicurarono che tutta la responsabilità se la sarebbero presa loro.

 

Io avevo una nota con nomi di prigionieri per reati comuni che vennero poi da me separati dagli altri.

 

La sera dell’eccidio io chiesi a “Piva” chi erano i partecipanti (cancellato “organizzatori”, n.d.c.) del massacro ed egli mi rispose che non erano cose che mi interessavano.

 

“Gandi” abita ai Cappuccini.

 

Ora, dopo i provvedimenti presi delle Autorità Alleate la popolazione di Schio è terrorizzata e teme rappresaglie da parte di esse.

 

Tutto ciò che noi abbiamo fatto è stato per volere del popolo che chiedeva vendetta per i morti partigiani sui monti e per numerosi prigionieri in Germania, a Mathausen, morti in campo di concentramento. Inoltre per dare soddisfazione alle numerose famiglie che avevano i loro capi famiglia fucilati dai fascisti.

 

La su-esposta dichiarazione è stata da me volontariamente data, ed è stata letta e firmata da me alla Caserma Chinotto in Vicenza.

 

 

Bortoloso Valentino

(nome di batt. “Teppa”)

 

 

Testimoniato da

John Valentino

Agente Investigativo V Armata