COMINCIA L'INFERNO PER IL CAPOSQUADRA LIGIO AGLI ORDINI

 

 

 

Il 2° interrogatorio di "Teppa"

 

Con la confessione di Franceschini Renzo "Guastatore" resa il 4 agosto per Bortoloso, sottoposto ai pressanti interrogatori diretti da John Valentino, la speranza di uscire dalla tenaglia investigativa si affievolisce e poi rapidamente si spegne del tutto. In questo secondo interrogatorio ammette il fatto mentre cerca di ritagliarsi un ruolo minore. Ma John Valentino, con i mezzi costrittivi di cui dispone (tortura) lo spremerà fino a fargli dire tutti i particolari della vicenda.

  

 

 

Exhibit No. 13

 

2° interrogatorio                        Vicenza, 13 Agosto 1945.

L’anno 1945, in data 13 agosto 1945, alle ore 12, nelle carceri del 57° rgt. Fanteria.

E’ presente BORTOLOSO Valentino di Paolo e di Cerbaro Mistiga (nome di battaglia: “Teppa”), residente a Poleo di Schio, Via Casetta n.2, nato a Schio il 24 marzo 1923, che opportunamente interrogato risponde:

 

 

Il giorno 29 aprile 1945 scesi dalla montagna col battaglione. Avevamo l’incarico di attaccare Schio a mezzogiorno in punto al segnale della sirena.

 

Attaccammo Schio da tutte le parti. Il mio battaglione, proveniente da Poleo, aveva l’incarico di impossessarsi dell’ospedale, del municipio, del lanificio “Rossi” e di altri luoghi. Dopo circa 5 ore di combattimenti siamo entrati nei locali degli edifici sopranominati.

 

Dopo l’attacco io ripresi il mio servizio di guardia, assegnato alla centrale elettrica.

 

Il mattino successivo vennero da noi catturati altri prigionieri tedeschi, circa 60, nei dintorni di Schio, verso S.Orso.

 

Dopo alcuni giorni iniziammo il servizio di guardia alla porta della caserma nostra, alle carceri e alla caserma Cella, ove venivano rinchiusi prigionieri di guerra fascisti e tedeschi.

 

Io ho sempre fatto servizio di guardia fino a che venne costituita la “Polizia Partigiana”.

 

Nel cortile interno della caserma della “ex Brigata Nera” vennero fatti degli scavi in quei giorni e venne trovato il cadavere di un partigiano territoriale che era stato sepolto vivo dai fascisti dopo averlo martorizzato levandogli gli occhi. Abbiamo mostrato ai borghesi il corpo martorizzato di questo partigiano lasciandolo allo scoperto per alcun tempo. La popolazione ne fu scandalizzata e gridò in quei giorni che voleva vendetta per lui e per tutti i morti caduti sotto l’oppressione fascista.

 

Noi promettemmo alla popolazione che si sarebbero trovati i responsabili di questo crimine e che si sarebbe fatto un tribunale del popolo per giustiziare i colpevoli, ma nulla fu fatto di ciò che venne promesso.

 

Dello sciopero non ne so niente. So solo che la popolazione gridò vendetta e piangeva. Tutti volevano vendicare i morti partigiani e specialmente i morti nel campo di concentramento di Mathausen in Germania.

 

Due giorni dopo lo sciopero io venni fermato dai miei comandanti “Attila” – “Piva” – “Nello” i quali mi informarono che bisognava fare una cosa importante, ma non mi dissero di che si trattava fintantochè io risposi affermativamente.

 

Quando io accettai mi spiegarono ciò che si doveva fare, e cioè che la sera stessa (2 luglio) ci dovevamo recare alle carceri mandamentali di Schio ad ammazzare tutti i fascisti colà rinchiusi, togliendo prima coloro che erano stati condannati per reati comuni.

 

Quella sera però non avvenne nulla essendo stata rimandata ad altro giorno l’esecuzione dei fascisti.

 

Il giorno 6 luglio 1945, verso le ore 19 trovai di nuovo i sopranominati comandanti i quali mi avvertirono di trovarsi verso le ore 22 dietro al cancelletto del fotografo vicino alle prigioni.

 

Quando mi è stato dato questo ordine io ero in compagnia di “R.T.” – Broccardo Giovanni del battaglione “Ramina Bedin”, al comando di detto battaglione.

 

Uscito dal comando me ne andai al cinema al teatro sociale con un mio amico che venne in licenza di tre giorni rilasciata dall’(^ Armata alle dipendenze della quale si trovava, un certo “Cerisara Antonio”. Quella sera avevo l’appuntamento con lui per andare a ballare a Santorso, poi, saputo ciò che dovevo fare la sera, gli dissi che non ne avevo voglia, perché ero stanco.

 

Alle ore 22,15 – 22,30 circa presi un gelato con lui poi lo lasciai. Lui andò a casa ed io mi portai nelle vicinanze della prigione, e precisamente dietro il cancelletto vicino al fotografo, passando davanti alle carceri.

 

Lì trovai altri 5 o 6 compagni miei, tutti mascherati.

 

Sul posto mi recai armato di un “mitra” che avevo ricuperato togliendolo ai fascisti durante la liberazione di Schio.

 

Mi fermai sul posto circa una mezzora e durante questo tempo non arrivò nessun altro. Mi dissero che nell’interno delle prigioni vi erano già tre o quattro mascherati in compagnia di Pezzin (il capo carceriere del carcere di Schio, n.d.c.).

 

Dissero che entrarono prima per non dare sospetti, né alla moglie sua, né alle altre persone che ivi si trovavano.

 

Dopo aver guardato sulla strada se non v’era nessuno entrammo nella prigione, io, “Guastatore”, - “R.T.” – “Gandi” e gli altri che non ho potuto riconoscere, essendo mascherati.

 

Dapprima si volevano scegliere i più responsabili, ma non sapevamo quali fossero di preciso. Avevamo paura di sbagliare uccidendo uno non colpevole anziché un altro colpevole.

 

Per circa ¾ d’ora cercammo di scegliere i responsabili maggiori, ma in conclusione non vennero tolti che quelli con reati comuni solamente, ad eccezione di qualcheduno che si pensò non fosse veramente responsabile.

 

Di questi ultimi non mi ricordo il nome.

 

Durante questi ¾ d’ora vi fu parecchia confusione, poi visto che non si veniva a capo di nulla mettemmo tutti i prigionieri politici nello stanzone lasciando che le donne si mettessero di dietro, mentre gli uomini dovevano stare davanti.

 

Di mia iniziativa non ho levato nessun prigioniero politico dal numero di coloro che dovevano essere ammazzati.

 

Noi tutti non ci fidavamo troppo di “Pezzin” perché sapevamo che era amico dei parenti dei fascisti rinchiusi dai quali spesse volte aveva ricevuto promesse di ricompense per i piaceri a loro fatti.

 

“Pezzin” ci disse che lo si doveva avvertire delle nostre intenzioni, che in questo modo si poteva organizzare meglio la cosa.

 

Con noi non c’era nessun capo. Ci consigliavamo fra noi su quello che si doveva fare.

 

Messici d’accordo, in cinque siamo saliti al piano superiore. Io diedi l’ordine a quelli che rimanevano a basso di sparare quando avessero sentito sparare di sopra.

 

Io ero vestito con un paio di pantaloni e una giubba vecchi e stracciati che portavo un tempo in montagna. Avevo un cappello vecchio. Tutti questi indumenti me li misi quando arrivai al cancelletto vicino alle prigioni, togliendoli da un pacco che avevo portato con me da casa.

 

I nomi dei più responsabili si chiedevano a “Pezzin”.

 

La sparatoria iniziò verso le ore 12 e un quarto di notte e continuò per due o tre minuti.

 

Io avevo due caricatori con circa 70 colpi in tutto. Siccome ad un certo momento il mio “mitra” si inceppò, 20 colpi circa non sono stati sparati.

 

Quando pensammo che tutti fossero morti siamo usciti tutti assieme dalle prigioni, poi ognuno se ne andò per conto suo.

 

Io me ne andai con “Guastatore” – “Gandi” e “R.T.” dirigendomi verso i Cappuccini lungo la Valletta. Lì ci siamo lasciati e ognuno se ne andò a casa.

 

Il mio mitra lo lasciai verso le ore 7,30 del giorno 6 luglio, dietro dei cespugli al cancelletto vicino al fotografo, ove lo presi all’ora dell’appuntamento.

 

Finita la sparatoria lo portai con me a casa ed il giorno dopo lo portai alla caserma “Cella” dove facevo servizio.

 

Seppi poi che mi era stato rubato dai soldati avendolo lasciato incustodito nel corpo di guardia.

 

Per esplicare il mio servizio nei giorni seguenti al fatto presi in dotazione un “Mauser”.

 

“Guastatore” lo vidi il giorno dopo del fatto ed eravamo d’accordo nell’affermare di non aver nessun rimorso dato che tutti coloro che avevamo ucciso erano fascisti traditori che fecero tanto del male alla popolazione del paese, responsabili della morte di molti abitanti di Schio, sui monti e nel campo di concentramento in Germania.

 

“Guastatore” mi disse che tutto il popolo era contento e soddisfatto del nostro operato.

 

“Pegoraro” lo vidi la domenica dopo del fatto. Parlammo dell’eccidio e ci dimostrammo tutti e due contenti per aver dato soddisfazione alla popolazione la quale in quei giorni non rispettava nemmeno il lutto per la morte dei fascisti.

 

“Attila” e “Piva” li vidi alcuni giorni dopo e anche loro erano delle medesime opinioni di cui sopra. Il desiderio del popolo era stato esaudito.

 

Nei giorni seguenti all’eccidio io ho continuato il mio servizio di polizia fino al giorno in cui ci hanno disarmato.

 

“R.T.” lo vidi alcuni giorni dopo il fatto. Eravamo contenti perché tutto andava bene e così si sperava per l’avvenire. Si disse di non aver nessun rimorso perché i fascisti ci fecero molto male.

 

“Gandi” lo vidi dopo diversi giorni, ma non parlammo di niente.

 

“Polenta” lo trovai verso le ore 17 o 18 a Schio. Parlai con lui e mi disse che smontava un’ora prima di guardia perché aveva degli impegni.

 

Il giorno 29 luglio, quando sono venuti gli americani a Schio per procedere a degli arresti io mi trovavo a Schio e li vidi portar via diversa gente. Il dopopranzo io andai alla piscina ed alla sera me ne andai con una ragazza.

 

Il giorno 31 di luglio partii per Lavarone dove rimasi fino al giorno 6, giorno in cui le truppe Americane vennero ad arrestarmi.

 

Dopo il mio arresto sono stato tradotto alla caserma del 57° Fanteria ove al presente mi trovo carcerato.

 

I nostri comandanti prima dell’eccidio ci assicurarono che tutta la responsabilità se la sarebbero presa loro.

 

Nelle carceri siamo entrati in circa 12 persone.

 

Io avevo una nota con nomi di prigionieri per reati comuni che vennero poi da me separati dagli altri.

 

Al secondo piano, nello stanzone, abbiamo messo gli uomini davanti alle donne.

 

La sera dell’eccidio io chiesi a “Piva” chi erano gli organizzatori del massacro ed egli mi rispose che non erano cose che mi interessavano.

 

“Gandi” abita ai Cappuccini.

 

Ora, dopo i provvedimenti presi dalle Autorità Alleate la popolazione di Schio è terrorizzata e teme rappresaglie da parte di esse.

 

Pezzin era stato incaricato di dare i nomi dai Fascisti Criminali e uno dei mascherati scriveva questi nomi, ma alla fine ci accorgemmo che Pezzin non dettava i nomi dei veri criminali.

 

Egli per lo più dava nomi di non responsabili, mentre tralasciava nomi di più criminali.

 

In tutto egli diede 15 o 20 nomi.

 

Tutto ciò che noi abbiamo fatto è stato per volere del popolo che chiedeva vendetta per i morti partigiani sui monti e per i numerosi prigionieri in Germania, a Mathausen, morti in campo di concentramento.

 

Inoltre per dare soddisfazione alle numerose famiglie che avevano i loro capi famiglia fucilati dai fascisti.

 

Non ho altro da aggiungere.

 

Fatto, letto, confermato e sottoscritto.

Bortoloso Valentino (nome di batt. “Teppa”)

 

 

 

Testimoniato da John Valentino

Agente C.I.D. V Armata