RICONOSCIUTO SUBITO IL 7 LUGLIO TIENE DURO FINO AL 4 AGOSTO

 

 

 

Le confessioni di Franceschini

 

 

 

Riportiamo il testo della confessione del 13 agosto 1945 con l'avvertenza che Franceschini iniziò a collaborare con gli inquirenti il 4 agosto rilasciando una prima confessione che contiene già i nomi dei compagni e la ricostruzione dei fatti. Abbiamo preferito riportare il testo della seconda a causa di alcune integrazioni rilasciate dal prigioniero a John Valentino.

 

 

Exhibit n° 7 – (n °8)

Vicenza, 13 agosto 1945

Interrogatorio di FRANCESCHINI Renzo (nome di battaglia: “Guastatore”) avvenuto al Deposito del 57° rgt. “Fanteria” in Vicenza il giorno 13 agosto 1945.

 

 

Io sottoscritto Franceschini Renzo, fu Amedeo e di Fabrello Rosa, nato a Vicenza il 9/7/1920, residente a Torrebelvicino, in via Cattara n.1 dichiaro quanto segue:

 

Da parecchio tempo comandanti partigiani avevano intenzione di uccidere i fascisti che si trovavano nelle prigioni mandamentali di Schio.

 

Alcuni giorni prima del massacro, e precisamente alle ore 18 del sabato precedente, mi trovavo di passaggio all’Albergo Roma di Schio, ove incontrai i due comandanti partigiani “Attila” e “Pegoraro” del battaglione “Ramina Bedin” coi quali mi sedetti a tavolino. Essi parlavano a proposito della dimostrazione di Schio di pochi giorni prima e deploravano il fatto che la dimostrazione aveva sviato i loro piani precedenti. Essi si mettevano in quel momento d’accordo nell’organizzazione di un nuovo piano per l’uccisione dei fascisti alle carceri mandamentali di Schio.

 

Dicevano fra l’altro che avrebbero fatto aprire la porta della prigione dal carabiniere di guardia, il quale, se avesse fatto resistenza, lo avrebbero rinchiuso in una cella, senza togliergli la vita però.

 

Il giorno 1° luglio “Teppa” mi disse che alla sera mi dovevo trovare alla “Valletta dei Frati” per ricevere degli ordini.

 

Quel giorno non sono andato all’appuntamento perché non avevo nessuna intenzione di partecipare all’eccidio e me ne andai quella sera con la fidanzata.

 

Il giorno 3 luglio, persistendo nella intenzione di non commettere il fatto, mi recai a “Posina” con la fidanzata da dove tornai la sera dello stesso giorno fermandomi al Timonchio di S.Orso per riposare.

 

Per la strada incontrai “Pegoraro” che mi arguì perché non ero stato all’appuntamento.

 

Il giorno 6 incontrai “Teppa”. Egli mi disse di trovarsi alla Valletta dei Frati alle ore 10 di sera, dietro l’ospedale di Schio.

 

Io ci andai, non prevedendo però le loro intenzioni, e alla Valletta mi incontrai con due o tre miei compagni del battaglione che erano già mascherati. Vi erano pure due stranieri in borghese (vestito scuro – uno con berretto da facchino), che erano in compagnia di Pezzin.

 

Alla Valletta erano depositate le armi le quali ci vennero consegnate un momento prima di entrare nelle carceri. Alcuni però ne erano già in possesso.

 

Ci avviammo verso le carceri verso le 10,30 di sera a due o tre per volta. Giunti alle prigioni io mi nascosi con gli altri dietro il cancelletto della fotografia ove rimasi ad attendere fino a che tutti fossero giunti sul posto. Dopo un’ora o un’ora e mezza erano giunti tutti (12 persone circa) – quattro erano già entrati e otto attendevano dietro il cancelletto.

 

Alle ore 11,30 entrarono tutti nelle carceri.

 

Io rimasi ancora un quarto d’ora di guardia alla porta d’entrata principale, poi entrai io pure. Fu allora che sentii “Teppa” che diceva di avere intenzione di uccidere tutti i detenuti, mentre “R.T.” voleva scegliere soltanto i più criminali di cui aveva una lista.

 

Pezzin leggeva i nomi di coloro che avrebbero dovuto essere esclusi dal massacro. Pezzin esortò pure i partigiani di attendere ancora due o tre giorni, ma essi non vollero e lo costrinsero, lui e Pietro ad aprire le celle.

 

“Teppa” andò di sopra al secondo piano, dando ordine agli altri di sparare quando avrebbero sentito sparare al piano superiore.

 

Io avevo ordine di rimanere al piano terreno.

 

Vidi un carcerato che chiedeva di parlare con uno dei capi; si avvicinò quindi ad uno di essi, ma quegli per risposta gli diede uno schiaffo.

 

Poco dopo sentimmo delle raffiche al secondo piano, cosicchè iniziammo pure noi la sparatoria al piano inferiore.

 

Io avevo il compito di sparare contro le finestre delle celle, ma dopo aver sparato alcuni colpi contro i muri, la mia arma si inceppò (mitra di marca tedesca “M.G.”) e allora fuggii subito uscendo dalle carceri e dirigendomi verso casa.

 

Durante la strada sentii per 8 o 10 minuti delle raffiche di mitragliatrici.

 

L’arma l’ho portata con me. Da allora non ho più visto nessuno.

 

I capi che hanno organizzato il massacro e cioè “Attila” – “Piva” e “Pegoraro” non hanno partecipato all’eccidio.

 

Io credo che essi siano stati di guardia fuori dalle carceri.

 

I prigionieri politici che sono stati separati dagli altri al momento dell’eccidio sono: “Carozzi – Antoniazza – Albrizio.

 

Non ho visto chi li ha separati e non ne conosco il motivo.

 

Durante la mia permanenza nelle carceri sono entrato pure nella cucina del secondino “Pietro” ove ho visto due donne che fumavano e ridevano in compagnia della moglie di Pietro. Esse sono le detenute politiche De Chino e Santacaterina; in quel momento Pietro era nel cortile, mentre Pezzin era in ufficio.

 

Esclusi i due stranieri che erano con Pezzin, tutti gli autori del massacro sono del battaglione “Ramina Bedin”.

 

“Polenta” non ha partecipato perché era arrivato in quei giorni un suo fratello dalla Germania e era andato a casa.

 

Le persone mascherate entrarono nelle prigioni da tre direzioni: alcuni provenienti dalla Valletta dei Frati, altri dalla via che costeggia la prigione, ed altri dal comando del “Ramina Bedin”.

I provenienti dal “Ramina Bedin” raccolsero le loro armi sulla strada al retro delle prigioni. Tutti vennero a trovarsi uniti dietro il cancelletto del fotografo.

 

“Teppa” è conosciuto sotto il nome di Bortoloso Valentino.

 

Volontario

Fatto e letto                         

In fede

Franceschini Renzo

 

 

Testimoniato da

John Valentino

Agente Investigativo della V Armata