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I CARABINIERI RICOSTRUISCONO LA SITUAZIONE

Il rapporto "politico" del 16 luglio

 

LEGIONE TERRITORIALE DEI CARABINIERI REALI DI VERONA

Compagnia di Vicenza Interna

 

Vicenza, li 16 Luglio 1945.

 

PROMEMORIA

 

A seguito della segnalazione interna n.°115/1 in data 28 Giugno u.s. della Tenenza di Schio relativa alla manifestazione di protesta avvenuta in quel comune lo stesso giorno 28, per sollecitare il giudizio a carico dei detenuti politici, ed alla segnalazione completa del Comando della Compagnia Esterna di Vicenza n.°30/I Ris. del 7 u.s., circa il massacro dei fascisti rinchiusi nelle carceri di Schio, si comunica che lo scrivente ha potuto stabilire che le probabili cause dell’eccidio debbono ricercarsi nei seguenti fatti.

 

 

A Schio in circa 2 mesi, la commissione di epurazione ebbe ad esaminare le pratiche relative ad oltre 350 fascisti fermati; di questi, 160 furono scarcerati e 80 avviati a Vicenza, perché militari in servizio fino al 28 Aprile u.s. e senza denuncie a carico.

 

 

Tali risultati non soddisfecero l’opinione pubblica e furono la prima causa di un certo malcontento, che gli avvenimenti successivi contribuirono a diffondere sempre più.

 

 

Verso la metà di Giugno, in seguito a proteste verbali e scritte per la scarcerazione di quei fascisti sul conto dei quali non vi erano denuncie vere e proprie, la commissione d’epurazione decise, per evitare malcontenti o eventuali errori sulle decisioni, di pubblicare un manifesto col quale fu invitata la popolazione a presentare liberamente e sollecitamente denuncie di violenze, soprusi, saccheggi commessi dai fascisti, non potendo prendere dei provvedimenti solo per dicerie o per l’appartenenza alle organizzazioni del defunto regime.

 

 

I risultati però non furono quelli sperati, in quanto nessuna denuncia o accusa pervenne a carico dei fermati.

 

 

Il malumore già latente accrebbe per la scarcerazione, avvenuta il 25 o 26 Giugno, del direttore delle poste di Schio, certo DAZI Giovanni, fervente ed acceso fascista, notissimo per tali sentimenti ed inviso a tutta la popolazione, anche se dopo l’8 settembre non avesse preso parte al movimento repubblicano.

 

 

La scarcerazione del DAZI fu decisa dalla commissione d’epurazione in seguito alle molteplici e ripetute pressioni ricevute, non ultime quelle del di lui fratello, prof. DAZI Manlio, già perseguitato dal fascismo e già rifugiato politico in Svizzera, e di un’alta autorità di Vicenza, che fu poi costretta a rifugiarsi in Svizzera durante il periodo nazi-fascista.

 

 

La scarcerazione del DAZI provocò innumerevoli ed acerbi commenti e contribuì a determinare l’impressione generale che le parzialità ed i favoritismi ben noti del periodo fascista continuavano a ripetersi, malgrado la riconquistata libertà.

 

 

L’ultimo fatto che determinò una vera esplosione del risentimento popolare si verificò il giorno 28 successivo, quando cioè si propagò fulminea la notizia che di un gruppo di 11 elementi di Schio già internati in Germania, uno solo aveva potuto rientrare.

 

 

Tali elementi erano stati arrestati ed internati nei mesi di novembre e dicembre 1944, perché accusati di antifascismo, di partecipazione al movimento di liberazione nazionale e di assistenza ai partigiani; essi appartenevano al ceto medio della popolazione ed i loro nomi erano assai noti a Schio: BORTOLOSO, commerciante, ZANON, artigiano, BOZZO Andrea, industriale, TRADIGO Vittorio, universitario, GALVAN Italo, universitario, TIELLA, operaio, ZORDAN Bruno, impiegato, POZZER Pierfranco, studente ingegneria, CRACCO Livio, commesso di negozio.

 

 

In precedenza erano già pervenute a Schio altre notizie di decessi di internati in Germania; tali notizie giunsero però isolatamente, e quindi l’impressione da esse provocata si mantenne entro l’ambito delle rispettive famiglie.

 

 

La sera del 27 giugno rimpatriarono dalla Germania certo PIERDICCHI William, da Schio, studente universitario, e certo dott. MASSIGNAN, da Montecchio Maggiore.

 

 

Il PIERDICCHI era stato internato nel 1944, unitamente al gruppo degli elementi di Schio sopra ricordato. Giunto a Bassano del Grappa, telefonò a Schio perché andassero a rilevarlo; arrivò a casa in condizioni fisiche impressionanti, tanto che pesava Kg. 28 nonostante la sua corporatura fosse un tempo robusta. La sera stessa del suo arrivo, si recò dall’arciprete di Schio, al quale comunicò i nomi e la data di morte dei compagni, tre dei quali erano stati soppressi violentemente dai tedeschi (e precisamente il BORTOLOSO, lo ZORDAN ed il CRACCO, quest’ultimo gassato).

 

 

Le relative partecipazioni ai famigliari dei detenuti, furono fatte il mattino seguente 28 giugno dall’arciprete e da una commissione comunale, composta dal vicesindaco, rag. GRENDENE Remo, e da due assessori, il dott. BRESSA Attilio ed il geom. BAIOCCHI.

 

 

La notizia si diffuse come un baleno e, tenuto conto dello stato d’animo generale già eccitato per la mitezza usata a Schio nei riguardi dei fascisti, e per le presunte ingiuste scarcerazioni già avvenute, esasperò la popolazione intera, facendone traboccare l’equilibrio spirituale.

 

 

Infatti, verso le ore 16 del 28 giugno, il geom. BAIOCCHI Federico, rappresentante del partito socialista in seno alla G.C.C. ed impiegato nel lanificio ROSSI, nonché assessore comunale, telefonò al segretario comunale BOLOGNESI Pietro, avvertendolo che tutti gli operai, sia del lanificio ROSSI che delle altre fabbriche locali, stavano abbandonando il lavoro per recarsi in piazza ALESSANDRO ROSSI, ove intendevano mediante una pubblica manifestazione dimostrare il proprio dolore per la morte dei compagni deceduti a Mathausen e il disappunto per la clemenza usata dalle autorità locali nei riguardi dei fascisti, ritenuti dalla massa responsabili, diretti o indiretti della pietosa fine di tanti patrioti.

 

 

Era insieme al segretario BOLOGNESI, il rappresentante del partito comunista in seno alla G.C.C., certo WALTER Riccardo, che per semplice mira prudenziale telefonò a sua volta al comandante la stazione CC.RR., pregandolo di rinforzare con carabinieri e soldati la guardia alle carceri.

 

 

Il segretario del Governatore di Schio, certo VITO, avvertì pure telefonicamente il Governatore stesso che si trovava a Valdagno, e questi diede ordine che si tenesse ferma la popolazione in piazza, proibendo qualunque discorso fino al suo arrivo, e che fossero abbassati i cartelli con le scritte “Morte ai colpevoli”, “Vogliamo giustizia”, “Vendichiamo i martiri di Mathausen”, che la folla ostentava sin dall’inizio della manifestazione.

 

 

Tutte le autorità preoccupate di quanto avveniva scesero in piazza per calmare gli animi e per evitare con la loro presenza soprusi e disordini.

 

 

Non consta che alla manifestazione partecipassero il PIERDICCHI e il MASSIGNAN.

 

 

Verso le ore 17 arrivò il Governatore di Schio, cap. CHAMBERS, che, per dominare la folla sulla piazza si affacciò da un balcone della casa del notaio NOVELLO, e ivi fu raggiunto dal segretario della Camera del Lavoro, certo BORGA Bruno, che gli presentò un ordine del giorno da lui compilato, nel quale fra l’altro era detto che la notizia dei martiri di Mathausen ricordava purtroppo i metodi dei fascisti, le cui mani erano “lorde di sangue”.

 

 

Il Governatore rispose: “Questo non va, si parla di sangue”, e dicharò inaccettabile l’ordine del giorno. Chiese inoltre il parere al segretario comunale, BOLOGNESI, il quale a sua voltaq lo consigliò a dire qualche parola per invitare la popolazione alla calma.

 

 

Avuto il consenso dal Governatore parlarono brevemente alla folla il segretario della Camera del Lavoro, BORGA Bruno, ed il rappresentante del partito comunista, WALTER Riccardo, i quali in sostanza dissero di aver compresa la ragione dello sdegno popolare, di condividere con il popolo il suo dolore ed assicurarono che la giustizia contro i colpevoli avrebbe certamente avuto il suo corso.

 

 

Mentre il BORGA ed il WALTER Riccardo parlavano ai dimostranti (ed ognuno di essi non parlò più di cinque minuti), il Governatore notò tra la folla due donne che erano particolarmente agitate e gesticolavano gridando. Fattele chiamare e chiesto il motivo della loro particolare agitazione, queste risposero che i componenti del C.L.N. dovevano ben conoscere quali fossero i fascisti repubblicani colpevoli, e che pertanto, per arrestare e punire, esse non ritenevano assolutamente necessario doversi attendere preventive e specifiche denuncie scritte. Questo fu l’unico incidente (se così si può chiamare) che turbò lo svolgimento della manifestazione.

 

 

Dopo di ciò, dal balcone dello studio del notaio NOVELLO, parlò brevemente al popolo lo stesso Governatore, ripetendo ancora una volta l’invito a presentare denuncie scritte contro i fascisti.

 

 

Ritiratosi il Governatore, la riunione si sciolse ordinatamente e poco dopo la piazza era sgombra.

 

 

E’ da notare che il comportamento dei manifestanti nel complesso fu ordinato e disciplinato.

 

 

Difficile è precisare quale sia stato il numero dei partecipanti, perché le cifre avute da varie fonti oscillano fra i 2.000 ed i 5.000 presenti.

 

 

Difficile pure stabilire se vi siano stati dei promotori, ma si ritiene che la manifestazione fu spontanea e dovuta principalmente alla notizia recata dal PIERDICCHI; infatti i dimostranti nell’esternare il proprio sdegno per la fine dei martiri di Mauthausen espressero i propri giudizi, le proprie critiche, le proprie proposte: molti di loro furono quelli che proposero di considerare quel giorno come giorno di lutto.

 

 

L’idea della manifestazione non è quindi singolare o personale, ma rappresenta il pensiero del popolo che mal si adatta alle lentezze procedurali e quindi invoca severa e sommaria giustizia.

 

 

Il 3 luglio successivo il Governatore domandò al segretario comunale BOLOGNESI quante nuove denuncie erano state presentate dopo l’invito da lui fatto al termine della manifestazione del 28 giugno.

 

 

Saputo che le denuncie erano soltanto 5 e che una di queste era nulla perché anonima, egli invitò il BOLOGNESI a preparare la minuta di un breve manifesto che stigmatizzasse – in senso ironico – l’esiguità numerica delle denuncie.

 

 

La minuta preparata dal BOLOGNESI non piacque, perché giudicata troppo lunga, ed allora il Governatore stesso compilò e fece affiggere un breve manifesto nel quale in sostanza si diceva quanto appresso: “Avete partecipato in 5.000 persone ad una pubblica manifestazione. Le denuncie da voi fatte sono 4 più una anonima. Non posso che rimanere molto sorpreso”.

 

 

Queste frasi non furono certamente comprese nella loro vera intenzione, perché contribuirono a confermare nella massa popolare il timore che, per la mancanza delle famose denuncie scritte, i detenuti politici sarebbero stati liberati.

 

 

In seguito a ciò cominciarono a circolare le voci più allarmanti, ad es. quella che entro pochi giorni il Governatore avrebbe fatto liberare quei detenuti politici da lui non ritenuti colpevoli. Secondo un’altra voce le carceri sarebbero state sgombrate entro il 15 luglio.

 

 

Difficile è identificare la fonte o le fonti di tali notizie, né consta che tali voci corrispondessero o meno alle vere intenzioni del Governatore. E’ stato comunque accertato che tra la fine di giugno ed i primi di luglio diverse persone si presentarono al BOLOGNESI chiedendo se fosse vero che presto i fascisti sarebbero stati scarcerati.

 

 

Dopo l’ultimo manifesto del Governatore furono presentate alla commissione d’epurazione 7 o 8 denuncie, delle quali alcune assai gravi fatte dai parenti stessi delle vittime di Mauthausen. Fra queste si ricordano quella prodotta dalla zia del POZZER Pierfranco contro il DAL ZOTTO Anselmo, responsabile della deportazione del nipote, e quelle prodotte dal fratello dello ZANON e dal padre dello ZORDAN Bruno, entrambe contro l’ex segretario prefettizio di Schio, certo VESCOVI, responsabile di avere subdolamente indotto i loro parenti a presentarsi tranquillamente ai tedeschi che poi li deportarono.

 

 

Dopo tali denuncie, la folla si aspettava finalmente qualche esemplare provvedimento contro i colpevoli. Ma invece ancora nulla fu fatto.

 

 

L’esasperazione popolare andava frattanto aumentando, le voci circa una probabile liberazione dei fascisti diventavano più insistenti e la sfiducia nelle autorità preposte all’epurazione si andava facendo più concreta e manifesta.

 

 

Si arrivò così alla tragedia della notte sul 7 luglio, con l’eccidio nelle carceri stesse della maggior parte dei detenuti politici.

 

 

Subito dopo il massacro dei detenuti, la polizia americana su indicazione dell’Arma di Schio, arrestava certo FRANCESCHINI Bruno, appartenente alla polizia partigiana del posto, sul quale gravano seri indizi.

 

 

Interrogato ripetutamente, questi continuava a negare di aver preso parte all’eccidio, ma l’Arma di Vicenza – in seguito alle proprie indagini – riusciva a sapere che il FRANCESCHINI, per quanto mascherato, era stato riconosciuto da tale FANTINI Mario, detenuto nelle carceri e presente durante l’eccidio.

 

 

Messi entrambi a confronto, il FANTINI sosteneva in pieno la propria accusa contro il FRANCESCHINI, specificando persino gli atteggiamenti di quest’ultimo durante la scarica sui detenuti.

 

 

Per quanto le accuse siano state dirette e precise, il FRANCESCHINI continua tuttora a negare.

 

 

I confronti e gli interrogatori venivano fatti sotto la direzione del Capitano BAKER, capo della Polizia Alleata di Vicenza, e del Tenente capo dell’Ufficio Legale della A.M.G. di Vicenza.

 

 

La Regia Questura di Vicenza a sua volta faceva fermare il capo delle carceri, perché sospettato di aver favorito l’entrata dei delinquenti nelle carceri stesse.

 

 

Sino ad oggi il predetto carceriere ha continuato ad affermare che la sera del 6 luglio, uscito per bisogni privati dal carcere, fu avvicinato da due individui che, con accento toscano, gli chiesero notizie circa l’eventuale presenza di detenuti Fiorentini e che, minacciandolo poi con la pistola, l’obbligarono a trattenersi circa 2 ore in una vicina località denominata “Valletta dei Frati”.

 

 

Il Comando della Polizia Alleata di Padova inviava a Schio un suo agente specializzato il quale, dopo le prime indagini sul posto, aveva sentore che la commissione d’epurazione, contrariamente agli ordini impartiti dalla Procura Generale, avesse evitato la scarcerazione di SETTE individui che secondo la voce popolare non avrebbero dovuto rispondere di alcun reato.

 

 

L’Agente in parola faceva pertanto fermare l’ing. GRISO Nilo, il sig. BOLOGNESI Pietro, la di lui moglie e certo CANOVA, già capo della polizia ausiliaria del luogo.

 

 

Dagli accertamenti praticati con la collaborazione dell’Arma di Schio, è risultato che il ritardo della scarcerazione o del deferimento dei predetti SETTE individui alla Corte d’Assise Straordinaria era effettivamente dovuto a difficoltà di procedura.

 

 

Sono stati trattenuti soltanto il BOLOGNESI e sua moglie, perché corre voce che essi debbano essere molto bene informati intorno alla preparazione ed alla esecuzione del misfatto.

 

 

Il Comando Alleato di Padova ha inviato inoltre a Vicenza per la direzione delle indagini, un Maggiore della Polizia Inglese e DUE Agenti specializzati dell’esercito americano, i quali si sono già recati a Schio.

 

 

Si ignora quanto abbiano potuto accertare o concludere.

 

 

E’ insistente la voce secondo la quale l’eccidio sarebbe stato da tempo preparato. Si vuole che fra gli organizzatori e gli esecutori materiali vi siano alcuni elementi della divisione partigiana “Garemi”, agli ordini di tale “Alberto”, che è stato lungamente interrogato dal prefato Maggiore Inglese. A tale interrogatorio non era presente alcun elemento della polizia italiana.

 

 

Lo scrivente ha provveduto inoltre ad incaricare DUE capaci sottufficiali per le indagini del caso nell’ambiente dei partigiani.

 

 

IL CAPITANO COMANDANTE LA COMPAGNIA

(Ricci Alberto)