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PARLANO I SOPRAVVISSUTI ALLA SPARATORIA 

 

Tre verbali di detenuti politici 

 

 

 

Questi tre verbali si aggiungono agli altri in cui viene riconosciuto Franceschini Renzo. In più offrono uno spaccato interessante su alcune altre figure della polizia partigiana e sulle denuncie fatte da cittadini di Schio e dintorni a carico dei detenuti politici.

 

 

 

 

Caserma Chinotto, Vicenza  25 agosto 1945

 

Davanti a noi, sottoscritto Maresciallo di P.S. è presente CAPOZZO Diego di Giovanni e di Giorio Maria, nato a Schio il 23 agosto 1909, residente a Schio, via San Vito n.14 A, che a domanda risponde:

 

 

 

Fui arrestato dai partigiani il 29 aprile 1945, essendo stato Commissario Prefettizio del comune di Schio.

 

In quell’occasione fui mandato al carcere mandamentale di Schio.

 

Il 6 luglio, alla sera circa alle ore 23,50 un partigiano entrò nella camera di sicurezza situata al piano terra della prigione.

 

Egli era armato e mascherato e ordinò a tutti i prigionieri di andare nella adiacente grande stanza.

 

Dopo pochi minuti, altri cinque partigiani entrarono nella suddetta stanza grande.

 

Erano anche mascherati e armati e cominciarono subito la divisione dei prigionieri politici dai prigionieri comuni, accompagnando poi i prigionieri comuni in una cella piccola vicino a quella grande che era ancora vuota.

 

Io so che con i prigionieri comuni furono portati certi Carozzi Massimino e Antoniazzi Antonio che erano stati arrestati come elementi di fede fascista.

 

I partigiani erano sei tutti insieme, con loro c’era anche quello che diceva di essere il capo e che aveva un berretto da carceriere in mano.

 

Questo era il più piccolo di tutti, era vestito con un abito blu e non ho idea di chi potesse essere e inoltre non sono in grado di dare qualsiasi informazione abbastanza buona per l’identificazione degli altri cinque partigiani.

 

Mentre parlavano con il dottor Vescovi, la suddetta persona mi diede l’impressione che fosse veneto, ma non di Schio perché mostrava di conoscere il suddetto dottor Vescovi che è una persona ben nota in questa piccola città.

 

Ad un certo momento, circa alle 0,15, noi udimmo spari di arma da fuoco al secondo piano dello stesso edificio, dove c’erano altri prigionieri politici, e immediatamente la sparatoria cominciò anche al piano di sotto dove eravamo noi, contro tutti quelli che erano raggruppati nell’angolo della stanza.

 

Io mi salvai perché mi arrampicai su una finestra, non visto da loro, a causa dell’oscurità, perché c’era soltanto una lampada non molto forte situata in un angolo della stanza grande.

 

Non ho altro da aggiungere.

 

Letto, confermato e firmato

Diego Capozzo

Di Galbo Giuseppe, Maresciallo P.S.

 

 

 

Lo stesso giorno riaprimmo questo interrogatorio perché il dottor Capozzo Diego doveva continuare le dichiarazioni riguardanti quello che vide dopo l’eccidio.

 

 

"La sparatoria durò circa 3 o 4 minuti e immediatamente dopo udii l’ordine dato da un partigiano di abbandonare subito le stanze della prigione.

 

Questo ordine mi confortò e scesi subito dalla finestra e dopo di aver liberato i prigionieri comuni chiedendo loro di andare ad aiutare i feriti, uscii a cercare un telefono per informare le autorità del luogo.

 

Siccome era già tardi non trovai nessun posto aperto perciò andai subito alla caserma dei carabinieri, dalla quale chiamai l’ospedale e dissi al personale di preparare il necessario e poi chiamai la caserma della scuola Marconi.

 

Tornai alla prigione, ma non fui in grado di aprire la porta neppure con la chiave che avevo, ma in quel momento vidi il capocarceriere Pezzin Giuseppe e il secondo carceriere Girardin Pietro con le loro mogli e il cognato di Pezzin che aprivano la porta.

 

Vedendo che non arrivava nessun aiuto dall’ospedale, andai io stesso all’ospedale per sollecitare aiuti per le persone ferite.

 

Lungo la strada vidi sei barelle abbandonate sulla strada.

 

Quando arrivai all’ospedale vidi che gli infermieri avevano paura di uscire perché pensavano di trovare ostilità da parte dei partigiani.

 

Io dissi loro che non c’era nessun pericolo, cosicchè vennero alle prigioni con le barelle.

 

Dopo circa un quarto d’ora venne un medico dall’ospedale, il dottor Ciscato, e dopo altri 20 minuti il maresciallo dei Carabinieri con circa 8 soldati e il cancelliere della Pretura.

 

Tutti i feriti furono mandati all’ospedale mentre ero ancora fuori dalla prigione per trovare qualche altro medico e altre barelle.

 

Poi andai a casa dell’Arciprete per informarlo di quanto era accaduto, ma lì mi sentii male tanto che fui obbligato a restare sul posto fino alle 9 del mattino, ora in cui tornai alla caserma Marconi.

 

Letto, confermato e firmato

 

Diego Capozzo

 

Di Galbo Giuseppe, maresciallo di P.S.

 

 

 

DEPOSIZIONE DI FACCHINI GUIDO

 

Il 25 agosto 1945, alla caserma Chinotto di Vicenza.

 

 

Davanti a noi sottoscritti Bellina Armando, brigadiere di P.S. e Pascalis Giuseppe, vicebrigadiere CC.RR. è presente FACCHINI Guido, di fu Carlo e Morandi Carolina, nato a Ferrara il 16 maggio 1920 e ivi residente in via Masi n.49 – San Bartolomeo in Bosco, che è ora profugo a Schio, abitante in via Carducci n.19, telegrafista e che interrogato, risponde:

 

La notte fra il 6 e il 7 luglio ero detenuto nelle carceri mandamentali di Schio, in qualità di prigioniero politico.

 

Ero insieme a numerosi altri prigionieri, nella stanza situata all’estremità del cortile, dal lato destro.

 

Stavo dormendo sodo, quando verso le ore 23, fui svegliato da un mio compagno prigioniero che mi disse che dentro alle carceri c’erano alcuni partigiani, armati e mascherati.

 

Nello stesso tempo vidi entrare nella stanza, con spavento, circa 20 carcerati che erano stati alloggiati nell’adiacente corridoio e nelle due celle vicine alla nostra.

 

Intuendo il pericolo e traendo vantaggio dalla confusione, mi nascosi con altri due prigionieri nella toilette che era situata sull’angolo sinistro dell’entrata nella stanza.

 

Dopo pochi minuti, un uomo armato e mascherato ordinò a noi tre di uscire dalla toilette e ci mandarono a raggiungere gli altri prigionieri all’estremità della stanza.

 

Io mi nascosi dietro al mio amico prigioniero nel centro e appoggiato contro il muro.

 

In questa posizione vidi sei persone mascherate, armate di mitra, cinque delle quali erano in piedi di fronte a noi, con le armi da fuoco puntate nella nostra direzione.

 

Il sesto si era soffermato all’entrata della stanza.

 

Dei cinque uomini mascherati che erano di fronte a noi, quello alla mia destra indossava un cappello da alpino, un paio di occhiali scuri e un fazzoletto rosso che gli copriva la maggior parte della faccia.

 

Il secondo aveva la faccia coperta da una maschera antigas senza tubo respiratore e indossava un berretto sulla testa.

 

Il terzo indossava un berretto da carceriere, un paio di occhiali scuri e un fazzoletto rosso che gli copriva il naso e la bocca.

 

Il quarto indossava un elmetto militare italiano mimetizzato con una coppia di rami con foglie verdi.

 

Non potei osservare molto bene il quinto e il sesto individuo perché ambedue erano fuori dal mio campo visivo.

 

La mia attenzione fu rivolta all’individuo col cappello da alpino che io penso rassomigliasse moltissimo nel fisico a un certo Franceschini Renzo detto “Guastatore” e col quale ebbi occasione di famigliarizzare moltissimo durante il periodo in cui io fui detenuto alla caserma Cella, poiché Franceschini era un membro del picchetto che stava facendo servizio di sentinella ai prigionieri che erano tenuti lì.

 

Questa mia immediata convinzione fu pienamente confermata appena il sopramenzionato individuo pronunciò alcune frasi dirette ai prigionieri, notando l’accento e il modo di pronunciare le parole riconobbi benissimo che l’individuo era Franceschini Renzo.

 

Appena fui certo di questo non mi preoccupai di niente altro e mi accovacciai dietro una rientranza del muro e così facendo mi nascosi agli occhi degli uomini mascherati. Mentre cercavo di nascondermi sentii chiamare i nomi di sette o otto prigionieri comuni e infine chiamare i nomi dei prigionieri politici Carozzi, Maron e Antoniazzi che furono portati fuori dalla stanza.

 

Le altre persone che furono chiamate non erano presenti in questa stanza perché erano prigioniere in una cella situata al piano di sopra.

 

Poi sentii chiamare i nomi di: Faggion Mario e Borghesan Antonio e appena ebbi dato uno sguardo, vidi che queste persone che erano state chiamate, stavano per essere allineate di fronte alle 5 persone mascherate.

 

Sempre rimanendo nascosto dal mio amico prigioniero, udii un certo Ponzo Vito dichiarare che era stato messo in prigione erroneamente, perché era innocente e inoltre disse che prima era sempre visuto in Francia e che era da circa un anno che abitava in Italia.

 

Inoltre udii un certo Sandonà che implorava pietà, dicendo che aveva più di 70 anni, poi udii Vescovi Giulio che domandava gli fosse permesso di parlare con il capo.

 

Diventai curioso e mi alzai in piedi, così ebbi l’occasione di vedere un individuo che indossava un berretto da carceriere, che gli rispose che il capo era lui e gli permetteva di parlare.

 

Vescovi disse allora che era un soldato, che aveva combattuto in Africa a lungo, che lì era stato ferito e che era stato decorato di medaglia d’argento e perciò intendeva parlare da soldato a soldato.

 

Egli ammonì l’individuo armato che non perpetrasse azioni inumane.

 

Inoltre perché fra i prigionieri c’erano molti innocenti.

 

L’individuo col berretto da carceriere gli chiese chi era e Vescovi rispose dicendogli il suo nome.

 

A questa risposta il suddetto individuo gli rispose: “Tu una volta appartenevi alle Brigate Nere”.

 

Vescovi rispose: “No, ero solo Commissario Prefettizio”.

 

L’individuo rispose chiamandolo “codardo” e gli diede un violento ceffone.

 

Dalla paura io mi accucciai di nuovo nella rientranza; mentre ero nascosto udii una voce che diceva: “Plebani, portami il tuo orologio”.

 

Immediatamente dopo, sentii spari di armi da fuoco provenire dal piano superiore e quasi nello stesso tempo fu aperto il fuoco anche contro di noi.

 

Velocemente mi buttai a terra e fui immediatamente coperto dai corpi feriti dei miei compagni che mi servirono da scudi e mi evitarono le ripetute raffiche di mitra che furono sparate contro di noi.

 

Pochi minuti dopo che fu cessato il fuoco, mi alzai da terra e diedi aiuto ai miei compagni che erano stati feriti e pure a curare una leggera ferita che avevo alla gamba sinistra che era stata causata da una pallottola di mitra.

 

La sparatoria ebbe luogo immediatamente dopo mezzanotte.

 

A causa della mia ferita rimasi in ospedale fino circa alle 10 del mattino. Dopo quest’ora fui accompagnato alle scuole Marconi, dove era sistemato il Comando della Compagnia “Friuli”.

 

Non ho niente altro da aggiungere.

 

Letto, confermato e sotttoscritto.

Facchin Guido

 

Pascalis Giuseppe vicebrigadiere CC.RR.

Bellina Armando Brigadiere P.S.

 

 

 

DEPOSIZIONE DI ALBRIZI CARLO

 

Nell’anno 1945, il 27 agosto, nel carcere della caserma Chinotto a Vicenza, davanti anoi Bellina Armando, brigadiere di P.S. è qui presente ALBRIZI Carlo, del fu Carlo e della fu Dalle Fave Francesca, nato a Schio il 2 novembre 1893, residente a Schio in via Pasini n.61, commerciante in liquori che, opportunamente interrogato, risponde:

 

 

 

Il giorno 3 dello scorso maggio fui arrestato dai partigiani e imprigionato nel carcere mandamentale di Schio.

 

Dopo 3 o 4 giorni dal mio arresto, l’allora Commissario di Polizia (partigiano) Canova Antonio, detto “Tuoni” venne nella mia cella e quando chiese le ragioni del mio arresto, mi disse che c’era un’accusa, ma che io avevo in mio favore una dichiarazione di “forte difesa” scritta dal fratello di un defunto, certo Barbieri di Magrè.

 

In seguito Canova andò via senza precisare il motivo della denuncia e senza dirmi chi l’aveva presentata, così io non fui nella condizione di spiegarmi chi era il morto di cui parlava.

 

La spiegazione concernente il mio arresto mi venne dal partigiano Dalla Pozza Giuseppe, che venne a trovarmi in carcere verso la metà dello scorso maggio.

 

Dalla Pozza era venuto da me per chiedermi di vendergli, o prestargli la mia motocicletta che era depositata nel mio magazzino e in tale circostanza mi disse che la denuncia a mio carico era stata fatta dai fratelli Lovato, miei mezzadri di Magrè, appoggiati anche da certa Rossato Irene, Verico, vedova, madre di 6 orfani di cui io sono il tutore e con i quali non vado d’accordo per ragioni di interesse.

 

Dalla Pozza aggiunse che, in seguito a tale denuncia ero accusato di avere causato un’operazione di epurazione fatta dai nazifascisti nella zona di Magrè, nel corso della quale un certo Barbieri era stato ucciso, e Rossato Irene e Lovato Fosca furono arrestate e più tardi internate nella zona di Bolzano.

 

Verso la metà di giugno, mentre ero affacendato a scopare il cortile della prigione io vidi di nuovo Canova, per la seconda volta, il quale si avvicinò a me e mi disse che era stata accertata la mia innocenza, e che i responsabili erano stati trovati e arrestati; egli aggiunse che aveva informato di ciò il cancelliere di Schio, di nome Villante e espresse inoltre il suo interesse per il mio rilascio.

 

Presenti alla conversazione c’erano il capocarceriere Pezzin Giuseppe e il prigioniero politico Calvi Ettore, morto più tardi nell’eccidio.

 

Vidi per la terza ed ultima volta Canova circa una settimana prima dell’eccidio, mi sembra una domenica mattina.

 

Lo vidi entrare nella cella del professor Arlotta col quale conversò alcuni minuti, ma non so su quale argomento.

 

Poi, con altri prigionieri, ci avvicinammo a Canova al quale chiedemmo quando ci avrebbero rilasciati.

 

Canova ci disse di essere ancora pazienti per un po’ di tempo e che tutto sarebbe andato a posto. Poi andò via.

 

Preciso che Canova si presentò solo nelle nostre celle.

 

Conosco Canova perché era un mio vecchio compagno di scuola e i nostri rapporti sono sempre stati buoni, nonostante non fossimo legati da una particolare amicizia.

 

La notte fra il 6 e 7 luglio, ero insieme con altri 8 prigionieri politici, imprigionato nelle due celle intercomunicanti del primo piano, quando circa alle 23,30 udii un insolito rumore venire dal cortile.

 

Subito dopo, dalla mia cella, udii aprire la porta di accesso alle nostre due celle e udii una voce che chiedeva quanti eravamo.

 

Risposero che eravamo in numero di nove; ci ordinarono di uscire dalle celle e di andare nel corridoio dove è l’alloggio del capocarceriere Pezzin.

 

Io fui il terzo o il quarto ad uscire, e così vidi in piedi, ai lati della porta d’entrata due individui mascherati e armati di mitra che, inginocchiati, tenevano le armi spianate verso di noi.

 

Nonostante la penombra, notai che ambedue avevano sulla faccia una maschera antigas senza tubo respiratore.

 

Mentre ero nel corridoio vidi venire nella mia direzione un terzo individuo pure armato di mitra, con una maschera antigas sulla faccia.

 

Questi mise una mano sulla mia spalla dicendo: “Quest’uomo no”.

 

Poi gli altri due uomini mascherati fecero uscire i prigionieri e mi fecero entrare di nuovo nella mia cella, chiudendo la porta dall’esterno.

 

Più tardi la porta fu aperta di nuovo e udii togliere due prigionieri comuni di cui non conosco i nomi.

 

Poco dopo mezzanotte udii ripetuti colpi di mitra.

 

Dopo circa un quarto d’ora dal “cessate il fuoco”, la porta delle nostre celle fu aperta dal dottor Capozzo Diego e subito dopo mi offrii con i sopravvissuti ad aiutare i feriti.

 

Non riconobbi alcuno dei tre uomini mascherati che avevo visto, né sono nelle condizioni di dare ulteriori dettagli per la loro identificazione, perché in quel momento ero agitatissimo.

 

Non ho niente altro da aggiungere.

 

 

Letto, confermato e sottoscritto.

Albrizi Carlo