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PARLANO I SOPRAVVISSUTI ALLA SPARATORIA 

 

De Chino Irma: 1 agosto 1945

 

 

 

Anche questo verbale, che sembra abbastanza stringato, rivela invece molte cose. Innanzitutto è il riconoscimento di Scortegagna Bruno, "Terribile", come uno dei tre mascherati che entrarono nel carcere assieme a Pezzin, poi appare il nome di Redondi Bruno, e questa è una grossa novità poichè Redondi era un uomo molto vicino al "Turco", Germano Baron, (ufficiale di Polizia Partigiana a Trento) che in quelle stesse ore veniva trasportato all'ospedale civile di Schio, reduce da un infortunio le cui testimonianze sono a dir poco contraddittorie...(e che poi morirà l'8 luglio per cause "con molteplici versioni")

 

 

 

 

Vicenza 1 agosto 1945

Dichiarazione di DE CHINO Irma, 28 anni, residente in via Giavenale n.17, Schio. Arrestata a Marano Vicentino il 21 maggio 1945, condotta alle scuole Marconi il giorno seguente (arrestata dai partigiani).

 

 

La sera del 6 luglio fui chiamata assieme a Santacaterina Lucia, dalla moglie del capocarceriere Pezzin, per pulire le scale.

 

Ci chiamarono circa alle ore 21. Impiegammo circa 30 minuti in questo lavoro, e poi cominciammo a chiacchierare per passare il tempo con la moglie di Pezzin e la moglie del sottocarceriere di nome Adele.

 

Circa alle 10,30 udimmo suonare alla porta. Allora la moglie di Pezzin si affacciò alla piccola finestra e chiese: “Chi è?” Allora si udì una voce che diceva: “Sono io, Alessandro”.

 

Allora la moglie di Pezzin tornò a prendere le chiavi e aprì il cancello.

 

Io rimasi fuori dall’ufficio, a una distanza di circa 50 metri dall’entrata del cancello.

 

Quando il cancello fu aperto, le prime a entrare furono 3 persone.

 

La prima di queste indossava un cappotto militare grigio verde e un cappello da alpino, una indossava un abito civile (nero) e la terza indossava pure un abito nero.

 

Queste persone furono immediatamente seguite dal capocarceriere e da suo cognato.

 

Io stavo piegata verso la finestra che guarda nell’ufficio e nel cortile.

 

La prima persona che passò dietro di me era quella che indossava il cappello da alpino; la seconda a passare circa un metro da me, solo per un istante, fu Scortegagna Bruno, riconosciuto da me come tale perché non indossava la maschera e lo riconobbi perché lo avevo incontrato alle scuole Marconi.

 

Arrivò anche il terzo e fecero un po’ di confusione davanti alla porta dell’ufficio.

 

Scortegagna entrò nell’ufficio e poi uscì con un fazzoletto bianco a guisa di maschera.

 

Scortegagna era entrato nell’ufficio per tagliare il cavo telefonico. Una volta fatto questo lavoro, uscì.

 

Uno dei tre si rivolse alla signora Pezzin e le chiese il mio nome. La moglie di Pezzin rispose che ero una prigioniera.

 

Allora io mi spaventai e pensai di salire nel dormitorio per raggiungere le altre donne prigioniere.

 

Espressi il mio pensiero ed essi mi dissero che le donne non sarebbero state toccate.

 

Allora mi mossi, ma qualcuno mi diede un pugno nella schiena, tirò fuori una rivoltella e mi disse di non muovermi e di stare tranquilla (in silenzio), altrimenti mi avrebbe sparato.

 

Poi essi riunirono le famiglie dei carcerieri, noi due prigioniere e il cognato del signor Pezzin, ci chiusero nella cucina, mentre Scortegagna rimaneva di sentinella, finchè gli altri cercavano le chiavi delle celle.

 

Mentre la sentinella ci sorvegliava ci disse che aveva avuto 3 fratelli in prigione che più tardi morirono, mentre lui era stato ferito 11 volte e ora agiva per vendicare i suoi fratelli.

 

Aggiunse che non era del posto e che era stato a Schio soltanto due volte e che non ci sarebbe ritornato più.

 

Mi chiese dove ero stata prima di entrare in queste prigioni. Risposi che in precedenza ero stata imprigionata alle scuole Marconi.

 

Mi chiese dov’era questo edificio e io risposi che era una bella caserma in Via Nuova. Poi cambiarono il turno di guardia.

 

Per qualche tempo entrò quello col cappello da alpino e uscì quello che stava facendo la guardia.

 

Quando trovarono le chiavi, dopo un lungo tempo, circa due ore dopo l’inizio, si udì un fischio e contemporaneamente un rumore di scarpe pesanti nel cortile.

 

Uno dei tre uomini si mostrò alla porta della cucina, e ci disse che noi avremmo dovuto rimanere chiusi dentro dove eravamo, ci chiese di non gridare, altrimenti avrebbero sparato.

 

I passi svanirono e circa 10 minuti più tardi, si udì una sparatoria.

 

La sparatoria durò circa 6 o 7 minuti, poi si udirono i lamenti dei feriti e il rumore fatto dai prigionieri (sopravvissuti) che venivano ad aprire la porta della cucina.

 

Dopo una mezz’ora da quando ci fu aperta la porta, salii al piano superiore da mia cognata che era ferita.

 

Quando tornai in cortile, vidi gli Alleati. Inoltre notai la presenza di un partigiano di Poleo, un certo Redondi Bruno, aderente al movimento.

 

Confidai a Sartori Caterina, in Bernardi, che avevo riconosciuto Scortegagna Bruno come partecipante al massacro.

 

La Sartori affermò che aveva visto Scortegagna Bruno. (…) (testo incompleto, n.d.c.)

 

 

De Chino Irma

 

 

Testimoniato da

T.A. Snyder

Agente C.I.D. 5^ Armata