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STRANA FIGURA IL PEZZIN A CAPO DI UN CARCERE-FAMIGLIA

 

Il verbale di Pezzin Giuseppe capocarceriere del 23 agosto 1945

 

 

 

Questo verbale narra i fatti dal punto di vista interno alle prigioni, cioè come visse questa drammatica esperienza il capo carceriere Pezzin Giuseppe. E' importante perchè è una sorta di "reportage" sulla dinamica dell'entrata nel carcere degli uomini mascherati, dei loro movimenti, dei familiari dei secondini che vissero impotenti le ore più lunghe della loro vita. E' da segnalare anche, e soprattutto, il riconoscimento da parte del Pezzin di Micheletti Bruno "Brocchetta", testimonianza con tutta probabilità resa alcuni giorni dopo il massacro, e cioè nel mese di luglio 1945. Quindi sono già due i partigiani (Franceschini Renzo "Guastatore" è il primo) individuati come partecipanti all'eccidio nel giro di poco tempo.

 

 

 

Vicenza, prigione di S.Biagio

 

23 agosto 1945

 

Interrogatorio di Pezzin Giuseppe, di Angelo, nato a Sandrigo il 19 marzo 1903, residente a Schio, via Baratto n.2, fatto nelle carceri giudiziarie di S.Biagio a Vicenza.

 

 

 

Io sottoscritto PEZZIN Giuseppe sono capo carceriere alle carceri mandamentali giudiziarie di Schio; ho iniziato il mio servizio alle carceri il 1° febbraio 1925.

 

Dal giorno 29 aprile 1945 i patrioti cominciarono a portare prigionieri politici alle carceri mandamentali di Schio.

 

Da quel giorno, e fino all’inizio di giugno, la responsabilità dei prigionieri era divisa fra i patrioti e il personale incaricato del carcere.

 

In seguito il servizio principale fu fatto dai partigiani in questo periodo finchè i CC.RR. furono incaricati alle carceri all’inizio di giugno.

 

Da allora un carabiniere attuò il servizio di vigilanza, ma soltanto durante il giorno, dalle 8 di mattina alle 8 di sera.

 

Il giorno in cui fu fatta la dimostrazione di protesta per i morti di Mathausen io ero alla banca popolare di Schio per riscuotere il mio stipendio.

 

Dopo di ciò mi recai a casa dove i guardiani mi informarono che il maresciallo dei Carabinieri e la moglie di un prigioniero politico, di nome Gentilini, avevano telefonato a me che c’era il pericolo di una irruzione nelle carceri, fatta dalla massa dei dimostranti.

 

Dopo essermi consultato con i guardiani su quanto sarebbe potuto accadere, cominciammo a barricare le porte della prigione per rendere difficile l’entrata dall’esterno.

 

Nello stesso tempo il maresciallo dei Carabinieri mi assicurò per telefono che avrebbe procurato dei rinforzi per il presidio del carcere.

 

Ma quella notte soltanto un carabiniere rimase di guardia e rimase al suo posto durante il giorno e alle 22 andò via dicendomi che aspettava il cambio e pensava che ciò sarebbe avvenuto presto.

 

Circa alle 23,30, vedendo che il carabiniere non ritornava, noi eravamo in ansia e telefonammo alla caserma dei CC.RR. senza peraltro ottenere alcuna risposta.

 

Girardin prese la bicicletta e andò personalmente alla caserma dei carabinieri.

 

Alla caserma dei carabinieri Girardin trovò soltanto la sentinella che ci disse che i carabinieri erano fuori per servizio.

 

Essendo tornato alle carceri, e vedendo che era piuttosto tardi, ci occupammo di barricare le porte del carcere.

 

Dopo questo andammo nella mia cucina e attendemmo a lungo la venuta della guarnigione dei carabinieri.

 

Alle 24,30, vedendo che nessuno sarebbe venuto, andammo a riposare in salotto.

 

Dopo quella notte, nessun altro carabiniere venne a fare il suo servizio notturno al carcere, non ottemperando la promessa del maresciallo, i carabinieri vennero soltanto a fare il loro servizio giornaliero.

 

Nei giorni precedenti alla dimostrazione e particolarmente alla sera alcuni individui vennero al carcere a raccogliere i nomi e la residenza dei prigionieri politici e siccome erano in stato di ubriachezza, batterono alla porta del carcere e suonarono il campanello.

 

Con le loro parole manifestavano apertamente che volevano vendicarsi con l’uccisione dei fascisti.

 

Questa situazione continuò anche dopo la dimostrazione per i morti di Mathausen.

 

Una domenica, circa alle sei, Zanon Ettore venne alle carceri; io lo fermai per parlare con lui, per parlare di suo zio che era imprigionato nelle carceri.

 

Io gli dissi che mi dispiaceva per la sorte di suo fratello a Mathausen.

 

Egli cominciò a piangere dicendomi che non era giusto che i fascisti prigionieri avessero una tale abbondanza di cibo, perché la gente che era stata deportata a Mathausen era morta di fame.

 

Egli mi disse che era sua opinione di portare via dalle mani dei parenti tutti quei cesti di cibo mandati ai prigionieri.

 

Mi disse anche che le carceri avrebbero dovuto esser fatte saltare in aria per uccidere tutti i prigionieri politici.

 

A questo punto mia moglie, che aveva sentito il discorso di Zanon, lo interruppe dicendogli che se egli avesse organizzato questo piano era un pazzo considerando che nel carcere c’erano anche delle persone innocenti.

 

A queste parole Zanon rispose che mia moglie aveva ragione.

 

Io penso che questa sua esplosione fosse provocata dalla morte di sua madre, perché se avessi pensato che stava parlando sul serio, lo avrei arrestato immediatamente, invece di riferire soltanto ciò che mi aveva detto, al maresciallo dei carabinieri.

 

La sera del 6 luglio 1945, alle ore 20-20,15 circa mi recai all’osteria Tre Morari per portare indietro le bottiglie vuote.

 

L’osteria è situata nella stessa strada, dalla parte opposta della prigione, a circa 5 metri di distanza.

 

Io andavo spesso all’osteria, almeno 5 volte al giorno, per dar ordini per i prigionieri e per passare una mezz’ora di relax.

 

Io conosco la proprietaria, Canale Rosa, molto bene.

 

La sera del 6 luglio andai all’osteria con un carabiniere di cui non conosco il nome, che faceva servizio alle carceri.

 

Ordinai un quarto di vino che bevemmo all’osteria. Poi il carabiniere ordinò un altro quarto che noi bevemmo vicino alla porta che guarda nel piccolo cortile dell’osteria. Rimanemmo in questa osteria circa 15 minuti, poi ci salutammo sotto il portico; il carabiniere saltò sulla sua bicicletta e andò via verso la piazza, e io mi diressi verso casa.

 

Appena andai fuori dal portico, incontrai due individui che mi chiesero se io ero Pezzin, il capocarceriere.

 

Io risposi loro di sì, a questa risposta uno di loro mi invitò a restare con lui, perché doveva parlarmi a proposito dei prigionieri.

 

Egli mi disse anche che mi conosceva, che ero un brav’uomo perché avevo trattato bene i suoi genitori quando essi erano in carcere.

 

Contemporaneamente noi andammo avanti e quando arrivammo alla trattoria Cantarane li invitai a fermarsi per bere un bicchiere di vino, perché non volevo andare oltre.

 

Domandai loro chi erano. Uno di loro mi rispose che era Brocchetta, da San Vito, e che sua madre era stata imprigionata quando egli era ricercato dai Tedeschi.

 

Al mio invito rifiutarono dicendo che non se la sentivano di bere, ma che preferivano chiacchierare, camminando.

 

Una volta arrivati alla roggia della Gaminella io espressi il desiderio di tornare a casa e essi replicarono che dovevo andare avanti con loro.

 

A un altro mio rifiuto, tirarono fuori la pistola che avevano sulla cinghia dei calzoni e la spianarono contro la mia schiena, obbligandomi a proseguire con loro.

 

Allora misero la pistola nella tasca, ma la tenevano sempre spianata contro di me.

 

Uno di questi, che è Micheletti, detto Brocchetta, indossava una giacca nera, un berretto nero e scarpe militari.

 

L’altro era senza cappello, e all’apparenza doveva avere circa 18 anni, di bassa statura e agile.

 

Non ricordo come era vestito, ma se io lo vedessi di nuovo personalmente o in fotografia, sono sicuro che lo riconoscerei.

 

Strada facendo, mi chiesero le chiavi del portone d’entrata delle carceri.

 

Io chiesi loro perché volevano le chiavi ed ssi mi risposero che dovevano andare al carcere per interrogare 5 o 6 prigionieri per sapere alcuni particolari riguardanti le azioni di sabotaggio fatte nel periodo nazifascista.

 

Io rifiutai di dar loro le chiavi dicendo loro che non potevo lasciarle a nessuno, ma a loro volta mi fecero capire che non ero nelle condizioni di rifiutare perché avrebbe potuto finir male.

 

Allora diedi loro le chiavi del portone per entrare nel carcere.

 

Essi mi assicurarono che non mi avrebbero fatto alcun male.

 

Continuando, arrivammo vicino alla Valletta dei Frati, circa alle ore 21. Essi mi misero sotto un cespuglio e mi obbligarono a indossare la giacca e il berretto nero di Brocchetta.

 

Essi mi dissero di restare tranquillo e che qualcuno mi avrebbe parlato.

 

Chiesi loro chi sarebbe questa persona. Risposero che c’erano alcuni loro amici che quel giorno essi dovevano andare alle carceri a interrogare i prigionieri.

 

Siccome io feci alcune obiezioni, Brocchetta mi disse che se avessi parlato a qualcuno o dato il suo nome a qualcuno mi avrebbe ucciso con tutta la mia famiglia e anche i miei parenti.

 

Poi mi ordinò di dire, in caso di un interrogatorio, che i due individui che mi avevano portato via erano completamente sconosciuti e non erano del posto.

 

Avrei dovuto dire che uno parlava con accento lombardo e l’altro in italiano.

 

Circa tre quarti d’ora dopo, ed era quasi scuro, udii alcuni passi sul sentiero sassoso e tre colpi di arma da fuoco.

 

Domandai cosa stava accadendo e Brocchetta mi rispose che erano i suoi compagni.

 

Dopo dieci minuti mi ordinarono di andar via con loro nella collina e fui obbligato a stendermi a terra.

 

Là udii un fischio e vidi venire verso di me un uomo con un cappello da alpino, un cappotto militare (grigio verde) armato di un mitra e anche mascherato.

 

Brocchetta andò verso di lui, si fermarono un po’ lontano da me e cominciarono a conversare.

 

Non potei sentire quello che dicevano a voce bassa.

 

Quando Brocchetta si avvicinò a me di nuovo, mi disse in un orecchio che il compagno sarebbe stato di guardia e andò via.

 

L’individuo col cappello da alpino mi si avvicinò, ma sempre ad una certa distanza, penso per non farsi riconoscere.

 

Brocchetta tornò mezz’ora più tardi e mi disse che l’ordine era stato cambiato e che mia moglie stava cercandomi e questo era pericoloso.

 

Circa alle 22,30 lasciammo la Valletta ed essi mi dissero che stavamo tornando alle carceri.

 

Quando arrivammo alla Gaminella, all’entrata di Via Baratto, mi ordinarono di camminare davanti a loro, dicendomi di andare velocemente sul marciapiedi e di non guardare indietro, di non fermarmi con nessuno e di non scappare altrimenti mi avrebbero sparato.

 

Arrivai così alle carceri con i tre uomini che mi seguivano.

 

L’alpino era in testa. Arrivati al portone vidi mio cognato, Agazzi Alessandro, che stava entrando.

 

Vidi anche mia moglie al di là della porta con la mano sulla maniglia.

 

Vedendo la porta aperta, entrai immediatamente nelle carceri con l’intenzione di sfuggire ai tre che mi seguivano, ma non potei farlo perché essi mi erano alle calcagna.

 

Quando fui in cortile, vidi mia moglie, le due prigioniere Santacaterina Lucia e De Chino Irma e anche la moglie di Girardin Pietro.

 

Queste tre più tardi stavano sedute sul davanzale della finestra dell’ufficio.

 

Quando guardai indietro, vidi i tre mascherati che si erano fermati sotto il portico; essi ci riunirono poi tutti sotto il portico, facendoci segno di rimanere tranquilli.

 

Uno degli uomini mascherati chiese dov’era il carceriere. Sua moglie gli rispose che era a letto.

 

A questa risposta uno dei tre prese la moglie di Girardin e si fece accompagnare al piano di sopra, da lui.

 

Essi mi ordinarono di rimanere sotto il portico, mentre le donne e il cognato furono accompagnati al piano di sopra, in cucina.

 

Una volta fatto questo mi accompagnarono in ufficio e Brocchetta mi chiese le chiavi delle celle.

 

Quelli che mi accompagnarono erano due, comunque non so se l’altro rimase di guardia alla porta d’entrata o alla porta della cucina dove avevano rinchiuso le donne e il cognato.

 

Rifiutai di consegnare loro le chiavi delle celle, dicendo che erano nelle mani di Girardin.

 

Allora quello col cappello da alpino uscì e probabilmente andò di sopra da Girardin.

 

Più tardi ritornò solo e mi disse che Girardin aveva risposto che ero io quello che aveva le chiavi.

 

Brocchetta mi disse che era ora di smetterla di scherzare e sotto la minaccia della pistola mi ordinò di dargli le chiavi.

 

Allora aprii il cassetto del tavolo d’ufficio e gli diedi le chiavi.

 

Dovetti spiegargli anche per chi cosa servivano quelle chiavi, una per una.

 

Una volta fatto questo, ambedue, l’alpino e Brocchetta mi accompagnarono nella cucina di Girardin, dove mi misero insieme a mia moglie, a Santacaterina Lucia, Girardin Pietro, De Chino Irma, mia figlia Pezzin Marisa, Agazzi Alessandro e la moglie di Girardin.

 

Circa 15 minuti più tardi, Brocchetta mi chiamò dicendomi che voleva vedermi al piano di sotto, in ufficio.

 

Quello che era di guardia alla porta della cucina, l’alpino, mi disse di andar giù.

 

Quando arrivai al piano di sotto, trovai Brocchetta che mi aspettava fuori dell’ufficio.

 

Egli mi accompagnò dentro dove vidi un nuovo arrivato con una maschera di gomma e precisamente una maschera antigas tagliata al di sotto della bocca.

 

Vidi che tutte le carte che prima erano sulla scansia dell’ufficio, erano state sparpagliate, e dal disordine si poteva capire che avevano messo sottosopra tutte le carte con l’intenzione di scoprire qualcosa di particolare.

 

Vidi Brocchetta mettere nelle mani dell’individuo con la maschera di gomma la lista dei nomi dei prigionieri che aveva tolto dallo scaffale dell’ufficio.

 

Sulla lista erano scritti tutti i nomi dei prigionieri, cioè dei 91 prigionieri politici, incluse le donne, e 8 prigionieri comuni, comprese le donne.

 

Essi volevano sapere da me chi erano gli individui scritti sul foglio che avevano a loro carico qualche denuncia politica.

 

Io dissi loro che non ero nella condizione di saperlo, e dopo un piccolo chiasso che fecero, mi dissero di sedere al tavolo.

 

Brocchetta mi diede un foglio di carta perché io scrivessi i nomi che venivano dettati dall’individuo con la maschera di gomma.

 

Siccome questa procedura era troppo lenta per loro, io mi sentivo mancare le gambe perché non volevo e anche perché mi era impossibile scrivere, essi cominciarono a imprecare, e sentii Brocchetta dire al suo compagno, accompagnando le parole con delle imprecazioni: “Va veloce, Teppa, altrimenti ci vuole un anno”.

 

Io chiesi loro cosa si proponevano di fare contro le persone che erano già messe in lista e quelle che stavano per esserlo.

 

Mi dissero che volevano interrogare i suddetti prigionieri.

 

Insistettero perché scrivessi ma io ero incapace di andare oltre e cominciai a piangere.

 

Poi il foglio di carta sul quale erano scritti due o tre nomi fu preso da Brocchetta e strappato.

 

Quello che io avevo sentito chiamare col nome di Teppa mi diede un calcio e ordinò a Brocchetta di accompagnarmi in cucina.

 

Quando arrivai alla porta fu impossibile entrare subito in cucina perché i prigionieri avevano barricato la porta con un pezzo di legno.

 

Brocchetta minacciò allora di sparare attraverso le finestre se la porta non fosse stata immediatamente aperta.

 

Nel frattempo arrivò Girardin e ambedue fummo condotti in cucina, da dove io non vidi più niente.

 

Dopo un quarto d’ora da quando eravamo in cucina, l’individuo col cappello da alpino ci disse: “Se voi sentite delle grida, non agitatevi e non chiamate nessuno, altrimenti vi spareremo”.

 

Dopo ciò chiuse la porta e andò via. Dopo alcuni secondi si udirono i crepitii delle armi automatiche e tutti noi ci abbandonammo al terrore buttandoci per terra per paura che essi potessero venire e spararci.

 

Grida e richiami di aiuto si udirono, ma noi non potevamo uscire perché la porta era chiusa.

 

Il massacro fu effettuato circa alle 12,10 (cioè mezzanotte e dieci, n.d.c.) del 7 luglio 1945.

 

La sparatoria durò circa 3 0 5 minuti, e dopo la sparatoria soltanto i lamenti dei feriti, di quelli che chiamavano aiuto si udirono.

 

Un po’ più tardi qualcuno aprì la porta e allora io corsi al piano di sotto in cortile insieme agli altri.

 

Andai in ufficio per telefonare, ma vidi che era stato tagliato il cavo telefonico.

 

Allora andai ai Tre Morari con Girardin, bussai alla porta e la figlia della proprietaria di nome Canale Redenta e suo fratello Bruno vennero ad aprire e, dopo averci chiesto che cosa volevamo, ci fecero entrare.

 

All’osteria dei Tre Morari telefonai ai CC.RR., al comando Guarnigione di Schio, all’ospedale civile e al Lanificio Rossi perché mi mandassero aiuti e alcune lettighe.

 

Poi Girardin andò a informare del massacro il vicedirettore del carcere e il direttore delle carceri lo chiamammo per telefono a Piovene.

 

Informammo anche la A.M.G. di Schio, poi io aiutai le autorità a ristabilire l’ordine e il buon andamento delle carceri.

 

Fui arrestato la sera del 7 luglio e messo nella prigione dove mi trovo attualmente.

 

Ho scritto e letto questo rapporto senza essere minacciato e senza aver ricevuto alcuna promessa.

 

Capocarceriere PEZZIN Giuseppe

 

Testimoniato da T.A. Snyder

Agente C.I.D. della 5^ Armata (A.M.G.)