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FRANCESCHINI FU RICONOSCIUTO LA MATTINA DEL 7 LUGLIO

 

Franceschini Renzo "Guastatore"

 

 

 

Questo verbale, datato 25 agosto, rilasciato dal detenuto politico FANTINI Mario, è la formalizzazione per iscritto della testimonianza verbale rilasciata nelle ore seguenti all'eccidio (e che provocherà l'arresto immediato di Franceschini Renzo), al mattino del 7 luglio 1945 ai carabinieri e agli Alleati. Il verbale successivo, di BORGHESAN Antonio, conferma il riconoscimento di "Guastatore", ed è stato rilasciato negli stessi drammatici momenti. Le date del 25 e del 27 agosto sono riferite ad un momento di riorganizzazione delle informazioni, dovuto alla nuova gestione delle indagini impressa dagli agenti americani della 5^ Armata.

  

 

 

Nell’anno 1945, il 25 agosto, alla caserma Chinotto, davanti a noi, Maresciallo di P.S. è presente FANTINI Mario, di Anacleto e di fu Mezzamo Maria, nato il 7 novembre 1921, a Torrebelvicino, domiciliato in località Pieve, in piazza Santa Maria n.9, che opportunamente interrogato, risponde:

 

 

 

Fui arrestato dai partigiani il 23 maggio perché appartenevo alla Guardia Repubblicana Fascista e imprigionato nelle carceri mandamentali di Schio.

 

La sera del 6 luglio, circa alle 23,50, mentre ero in una cella del pianterreno delle carceri, un partigiano armato e mascherato si presentò e ci ordinò di riunirci tutti nell’attigua stanza grande.

 

Dopo alcuni minuti, altri cinque partigiani, anch’essi armati e mascherati, entrarono nella stanza grande e cominciarono immediatamente a separare i prigionieri politici da quelli comuni, accompagnando poi questi ultimi in una cella attigua che era rimasta vuota.

 

Preciso che i partigiani unirono ai prigionieri comuni anche certi Carozzi Massimo e Antoniazzi Antonio, arrestati perché erano elementi di fede fascista.

 

I partigiani erano in numero di sei, uno dei quali di piccola statura che si era definito il capo e che avevo visto in un primo momento con un berretto da carceriere in testa.

 

Di questi, benchè mascherato, riuscii a riconoscere soltanto Franceschini Renzo, oltre che per la sua statura anche per la sua voce, nel momento in cui ci ordinò di uscire dai nostri posti e di metterci in piedi.

 

Dopo alcuni minuti e precisamente circa alle 0,15, si udirono venire dal secondo piano, dov’erano rinchiusi i prigionieri politici alcuni colpi di arma automatica e, contemporaneamente, i sei partigiani cominciarono anche loro ad aprire il fuoco contro di noi, riuniti in un angolo della stanza grande contro il muro.

 

Istintivamente, mentre essi alzavano le loro armi, mi gettai a terra, certamente non visto, perché ero dietro gli altri, ridosso al muro e perciò mi salvai, benchè ferito con una leggera ferita alla spalla destra.

 

Appena fui sicuro che i partigiani avevano abbandonato le stanze della prigione, e vedendo che i feriti che si trovavano nella stanza grande erano soccorsi dai prigionieri comuni, liberati dal dottor Capozzo Diego, andai di sopra, al secondo piano per aiutare i feriti finchè fossero arrivati gli aiuti dall’ospedale.

 

Dopo il trasporto dei feriti all’ospedale e dei morti al cimitero, fui accompagnato con gli altri prigionieri alla caserma Marconi, dagli Alleati.

 

Non ho niente altro da aggiungere.

 

Fantini Mario

 

 

 

Nell’anno 1945, il 27 agosto, alla caserma Chinotto, Vicenza.

Davanti a noi, Maresciallo di P.S. è presente BORGHESAN Antonio, di fu Francesco e di Scotti Beatrice, nato a Schio l’8 ottobre 1925, ivi residente, in via Scortegagna n.10, che opportunamente intervistato, risponde:

 

 

Il 30 dello scorso aprile fui arrestato da elementi partigiani, e imprigionato nelle carceri mandamentali di Schio, poiché ero appartenuto alla Brigata Nera (“^ Mobile, Padova).

 

La notte del 6 luglio circa alle ore 23,30, mentre ero, mentre ero nella sala d’entrata situata al piano terra della prigione insieme ad altri prigionieri, fummo informati da un nostro compagno che era in quel momento alla finestra, della presenza di partigiani armati e mascherati nel vicino cortile.

 

Noi fummo subito in allarme e poco dopo udimmo il rumore causato dall’aprirsi della porta d’entrata della nostra camera di sicurezza.

 

Venne avanti un partigiano con un cappello da alpino in mano che era mascherato con un fazzoletto rosso, il quale per prima cosa ci ordinò di riunirci all’estremità della stanza e fu raggiunto poi da altri cinque partigiani; essi procedettero alla separazione dei prigionieri politici da quelli comuni, facendo entrare questi ultimi nella cella adiacente, allora vuota.

 

Devo precisare che insieme ai prigionieri comuni, anche i prigionieri politici, Carozzi Massimo, Antoniazzi Antonio e Maron Bruno furono imprigionati nella suddetta cella perché erano stati prima separati dai partigiani.

 

Una volta fatto questo, il partigiano col cappello da alpino, che era mascherato col fazzoletto rosso, chiamò me e Faggion Mario ordinandoci di schierarci in prima fila.

 

Dichiaro nel modo più assoluto che dai dettagli fisici e dalla voce riconobbi il suddetto partigiano nella persona di Franceschini Bruno (errore del teste, il nome esatto è Renzo, n.d.c), in precedenza incaricato di noi prigionieri alla caserma Cella.

 

In seguito si udirono venire dal secondo piano dello stesso edificio, dov’erano altri prigionieri, spari di arma da fuoco e immediatamente dopo i sei partigiani cominciarono a sparare contro di noi.

 

Poiché ero nella prima fila, io ebbi soltanto una ferita alla gamba sinistra, cosicchè appena la sparatoria finì e i partigiani andarono via, aiutai i prigionieri comuni, liberati dal dottor Capozzo, per dare la prima assistenza ai feriti gravi.

 

Il dottor Capozzo uscì immediatamente dalla prigione per informare l’autorità locale e il personale dell’ospedale.

 

A causa della mia ferita fui trasportato all’ospedale civile di Schio dove, verso le tre di mattina, mentre aspettavo di essere medicato, un individuo, che era nello stesso ospedale, mi invitò ad andare giù in portineria, dove secondo le sue affermazioni, un’automobile stava aspettandomi.

 

L’ingegner Gentilini era presente, egli pure ferito ed in attesa di medicazione; avendo egli riconosciuto nell’individuo che mi aveva invitato a scendere in portineria il partigiano di prima, chiese ad un carabiniere che era presente di non lasciarmi scendere per paura di qualche nuova complicazione.

 

Il carabiniere aderì alla richiesta e mi ordinò di non seguire il partigiano che mi aveva invitato.

 

Non sono nella condizione di dire il nome di questo partigiano, aveva circa 24 anni, capelli biondi e vestito con indumenti da ospedale, mentre il carabiniere incaricato della custodia dei prigionieri nel carcere indossava sempre uniforme grigio verde con calzoni lunghi.

 

Non ho niente altro da aggiungere.

 

 

Letto, confermato e firmato

Borghesan Antonio